Sì, oggi non ci sono eventi. Fermi, immobili al palo che indica la radura, bruciata dal fuoco solare. Niente si muove; un tacito assenso all’immobilità. Le frasi sospese nel vuoto si scolorano, lasciando cadere una leggera pioggia d’inchiostro. La semiotica ricopre, come neve, la città, adornandosi dei segni del futuro. Una certa volontà di uscire da questo dramma della chiacchiera si percepisce in giro, ma sono spruzzi che spesso non intaccano la consuetudine. Sono curioso, nonostante l’età, e vorrei aprire ancora parecchie porte. Ma, come al solito, il destino lascia che l’apparire decida i soggetti. Raccolgo, rovistando nell’erba, i primi fiori che la natura ha già scartato. In viaggio come ogni mattina, inseguo le parole che si lasciano catturare, a volte facilmente, spesso incespicando. Come da fanciullo, quando l’italiano doveva essere estorto faticosamente al dialetto. I volti dell’antica compagnia sono rimasti fissati nella gioventù. “Chissà che cambiamento possa essere avvenuto”. Le schermaglie mattutine con i ricordi sospendono, per un attimo, il presente. Sembra quasi di respirare e di non sentire il tempo che sta scadendo. Le luci della ribalta appannano il senso della presenza, come essere dentro a un film in bianco e nero. Piccole commozioni quotidiane per evocare uno spirito assonnato.
Non c’è nulla che possa fare o dire. Ogni giorno si ripetono torti e cattiverie, ma si ripetono anche gesti affettuosi e amorevoli. Tuttavia, nel clima complessivo, emergono sempre gli aspetti peggiori. È un fenomeno strano dell’essere umano che si impone l’etichetta della cattiveria come prevalente. Questo può dipendere dalla mania classificatoria: ogni azione deve essere inquadrata in un’etichetta, in una diagnosi, e generalmente ha un risvolto stigmatizzante dal quale è difficile liberarsi. Anche l’individuo stesso, per avere il controllo di sé, adotta una forma di classificazione dei propri atti, dalla quale dipende per trovare una regolarità nella propria quotidianità.
Nella speranza di uscire da questa spirale, si può essere indotti a compiere atti insensati. Essere un po’ sciocchi, in qualche modo, produce anticorpi contro la mania classificatoria. Ci si dimentica frequentemente del mondo e di se stessi, cercando solo di vivere la giornata. Nel rispetto del lavoro altrui, gli anziani che visitano i cantieri praticano una forma meditativa sul presente. Quegli anziani invece che sono molesti rappresentano la percentuale che non ha ancora compreso nulla; desiderano, in modo erroneo, sentirsi ciò che non sono più.
Il pensiero si trasforma in un flusso di parole confuse: non sempre è utile cercare di governarle. Talvolta, lasciare andare il pensiero è come osservare un ruscello scorrere. Questo atteggiamento calma il corpo e aumenta la sensibilità alle sensazioni.
Insisto nell’andare a zonzo senza piani precisi in testa, stanco delle continue previsioni che si rivelano poco efficaci. Nella confusione dei fatti che si intrecciano in una forma di nonsenso, mi rifiuto di cercare a tutti i costi un filo conduttore. Anche il concetto di caso è un modo per cercare ordine nel divenire. A volte credo che il nostro tempo venga sprecato nel tentativo di costruire una narrazione che formi una storia coerente; per fare ciò, è necessario ignorare gran parte della realtà. Gli incubi ricorrenti riaffiorano dai fondali; sono come sentinelle dell’esistere, così come si è. Nelle nuvole interiori si intravede l’azzurro, che colgo per rianimare il mattino dall’abbandono notturno. Di fatto, non riesco a liberarmi del sogno, che segue l’ombra della normalità in agguato al prossimo appuntamento. Quante informazioni scorrono senza essere notate? Anche oggi, tra persone disinvolte, si erge una convenienza: un “far finta che” che alla fine diventa la norma. Apro e chiudo la porta. Sul ballatoio si gioca una partita; passando oltre, si può finalmente scorgere il giorno.