Mani rugose

Le forme che vedo si schiantano al suolo, perdendo significato. Davanti a me si apre una strada scura, priva di oggetti. Inoltrandomi, le parole restano indietro, e il tempo sospeso sibila attorno. Ora sento le note musicali rovesciarsi nelle vie lasciate libere, e i suoni dipingere nuovi edifici senza muri. Strette di mano e sorrisi sono i ricordi, mille volti che si susseguono in un intreccio di relazioni che, alla fine, compongono una sinfonia. Da una parte all’altra, richiamano le allodole o altro. I timpani impongono un ritmo, per cui il tempo sembra scorrere. Ti scuoto leggermente, perché non riesco a restare solo in balia dei suoni e delle ombre.

Ed è ancora per strada che si compie il rito della violenza tra poliziotti e manifestanti. Un esorcismo che perdura dalla nascita dell’Occidente. Semplifica gli animi e rende facile il scegliere. Nell’ignoranza di ogni arroganza, in qualche modo inesplicabile, è più facile vivere. Ora che i tuoni sono tornati a farsi sentire come un anticipo di stagione, la gente è confusa su ciò che l’aspetta. Una sensazione fugace di insicurezza, che scorre via come il traffico quotidiano.

Sono ombreggiature di colore che vanno dal nero al grigio, increspando l’aria. Anche i tumulti si fermano per cena, mentre alcune coppie si tengono per mano passeggiando in silenzio. L’odio convive beatamente con l’amore in aperture di senso nella natura. C’è stanchezza nelle forme del “dire,” e quindi si è passati ai fatti. Ma i corpi logorati dall’inefficienza sembrano marionette mal riuscite.

Dagli schermi, i giornali tessono un racconto del mondo, quasi mai veritiero, ma sfumato secondo il bisogno commerciale. Diciamo che il tentativo di una narrazione oggettiva è sempre secondario a una cronaca interessata. Vecchie mensole scricchiolano sotto il peso di vasi antichi, con steli rinsecchiti ormai morti per un risveglio improbabile. È la cornice di una decadenza a cui mi adeguo nel silenzio.

Le mie mani si fanno rugose e tremolanti. Le emozioni irrompono, invadendo gli spazi quotidiani. Vorrei immergermi nelle storie del passato e superare le barriere con una vitalità inaudita. Ma guardando intorno, vedo la mutazione e resto fermo nel crocevia dei desideri. È il momento di riposare, di lasciare andare, di fermarsi. Quanti ritorni a casa sono passati? Quante partenze rimangono sospese? Tornando al punto in cui la sorte indica il suo esito, scopro che in questa rassegnazione posso trarre beneficio e apprendere ad apprezzare ciò che esiste.

Sempre di più, la volontà di manipolare il mondo si esternalizza, mentre le nuove intelligenze si appropriano della nostra sicurezza esistenziale, indebolendo il nostro mondo interiore, che sembra prepararsi a un letargo glaciale. In questa nuova era, i cultori della profondità dell’inconscio sono considerati bizzarri e restano ai margini dell’impero, simili a reietti che custodiscono il sacro, imitando i monaci medievali, custodi del sapere e della parola scritta, alimentati dalla creatività del pensiero.

La difficile danza tra progresso e rispetto del corpo è complicata dall’illusione della potenza. La fine o l’inizio di una relazione è compresa nello spazio delle fluttuazioni: un vasto reticolo di esseri che sta fuori e dentro il corpo. Quel tipo di corpo che abbiamo l’abitudine di attribuirci come nostro. Le fiabe da sempre svelano le connessioni che non vediamo, raccontando storie verosimili, più vicine alla conoscenza.

Dai tratti che vedo allo specchio, riconosco solo una parte di me; altri sembrano sconosciuti. È sorprendente come la certezza si sgretoli in fretta, franando sull’illusione del riflesso che mostra ciò che l’occhio nega. Sono pochi passi tra universi inconciliabili: la ragione non sarebbe in grado di sostenere l’incoerenza estrema, per cui si salda decisa al di qua del guado.

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