I giorni trascorrono…

Trovo strano il ricorrere a suoni per esprimere parole. Non basterebbe un cenno? O solo un incrociarsi di intenti? Oppure anche niente, un esistere senza il bisogno di comunicare alcunché. Tra le panchine in ferro e legno, piegate dall’uso poco appropriato dell’inciviltà, passeggio girando intorno come un bove legato alla macina. Il parco permette solo un andare orario o anti-orario; il restante spazio è governato da divieti, in verità poco rispettati. In ogni caso ci si accontenta e si gode di uno sprazzo di natura, sullo sfondo di un traffico incipiente. Sento il fiato mancare mentre la luce cambia verso il tardo pomeriggio. Quanti sogni sono sfioriti tra i rami rinsecchiti dall’inverno? Non ricordo più il mio tempo, ma solo schermaglie riprodotte dalla ricostruzione della narrazione. Insisto molto nel guardare; gli occhi mi fanno male. Ho l’ossessione che qualcosa sfugga. E se fisso meglio l’attenzione, alla fine capisco. Ma… poi, cosa devo capire? È così importante perseguire una forma di verità? Non so, ma nella penombra del sospetto… probabilmente la natura ci fa oscuri a noi stessi. Ed è questo vento che spazza a terra a mantenerci in vita. Nel luogo della paura risiede la comprensione che non abbiamo una nostra volontà.

I giorni trascorrono, o almeno sembra che ci sia un giorno ieri e un giorno oggi. Mi sembra che il me di ieri sia lo stesso del me di oggi. Nella mia meditazione quotidiana, cerco di mantenere unita la formalità dell’essere con il divenire, con l’idea di essere sempre altro da sé stesso. Mi rendo conto che si tratta di speculazioni linguistiche, ma quando vengono lasciate a briglia sciolta, si aggregano a significati non sempre pienamente consapevoli per chi parla. Lasciare andare, non intromettersi più di tanto nella scrittura; mentre mi accorgo ora che il mio respiro è trattenuto, e ciò non va bene. Parlo da solo, mentre attorno a me le cose si squagliano. Come nei ricordi, che nell’istante stesso in cui appaiono sembrano vividi, poi svaniscono all’improvviso, come un fulmine. Ci guardiamo negli occhi e sprofondiamo nell’abisso, un fondo che è il mare di tutto ciò che non è stato detto o delle possibilità perdute. È questo infinito guardare dentro il segreto di un amore, il coraggio di abbracciare ogni cosa possibile, senza mai tirarsi indietro. Anche lo sfondo che si ritrae parla di poesia: foglie secche adagiate sul davanzale, un po’ di brina luccicante nelle prime ore del mattino, quando il sole appare pallido.

Chiacchierando negli incroci spioventi dove si portano i cani a passeggio, la battuta è il suono di un’umanità che resiste a se stessa. Non ascolta il suono dell’etere audiovisivo, fuorviante per definizione, ma si lascia sedurre dall’istinto dell’animale con cui ci si porta in giro. Trovo strano il succo del discorso interno che mi accompagna: una forma di rimuginio meno stancante dell’ossessione, ma insistente nel cercare spiegazioni a tutti i costi, anche quando è palesemente inutile averle.

Torno sempre a casa con la sensazione di non trovarla più dove è sempre stata. I resti della storia sono sparsi nel cortile di fronte, reperti antichi che sonnecchiano con il significato attribuitogli. Sono sempre gli esperti a sentenziare nomi e cornici in cui inquadrare il mondo. Nella mia visione, non vedo nulla, se non il bianco ai lati del campo visivo, che annulla la trasparenza.

Ora, nel presente, accanto alla madre che non mi riconosce, sento il vento invecchiare. Il brusio degli alberi è come arti artritici e le foglie secche sparse ricordano un passo incerto. Vorrei chiamarti, ma le distanze, da brevi, diventano siderali. La voce si affievolisce come il canto della sirena che si allontana nel mare profondo.

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