L’incontro avviene verso sera, mentre da un’altra parte il mattino si rischiara. Così, per casualità, si intrecciano le visioni sulla costituzione del mondo. Speculazioni che si rincorrono senza mai uscire dalla finitezza dei nostri corpi. Ho una strana sensazione di estraniamento, come un disallineamento del pensiero da chi lo pensa. Un inizio di malattia che colpisce gli estranei alla descrizione della realtà così com’è oggi. Vorrei che il canto non fosse funestato dai rumori e dai fischi perenni che ormai abitano stabilmente il corpo. Cerco un pensionamento per sparire tra il sciabordio delle onde. Rileggo le pagine che, da inchiostro, sono diventate linee luccicanti. Spesso, la vista s’ingarbuglia e si ritrae insieme al significato. Canzoni antiche rintoccano le pareti, spremendo il poco di emozione rimasta incrostata. Anche questo è un modo per piangere o ridere nella pausa lasciata libera dalla propria identità. Liberarsi dall’idea di sé non è facile; infatti, arriva a perseguitarti fino alla costrizione. Come in catene, ci si presenta al mondo, e pare strano che nessuno veda i legacci che segnano i polsi. Oppure, nessuno vede perché tutti hanno catene ai polsi e alle caviglie. In questo sogno, siamo tutti viaggiatori di una nave di schiavisti in un eterno navigare.
Affronto con costanza e una certa rassegnazione la continua speculazione sulla descrizione della fattualità. Non cerco confronti, perché sono diventati stancanti e vacui. Quindi, semplicemente evito. Passo oltre, finché è possibile riuscirci. Le ombre che si proiettano davanti, provenienti dalla finestra, formano un discorso danzante che mi accompagna lungo la giornata. Nelle pause, resto in ascolto, sperando nella profezia che non arriva. Anzi, nell’imbrunire, i colori si fanno di tono drammatico. Sembrano abbaiare, influenzati dalla luna. I resti di un discorso rimangono abbandonati, scomposti nello spazio personale, rendendo difficile lasciare la stanza a fine giornata. Sono sempre uguale, con il gesto di ieri simile a quello di oggi, trincerato nei lunghi silenzi, senza che le parole sopraggiungano. Simboli diradati nella nebbia, persi in circonvoluzioni di non senso. Nella terra liberata dall’ansia, la gente coglie sprazzi di felicità, semplicemente stando dove stanno. Da dove sono, vedo il mio cielo che accoglie parte delle speculazioni. Restano scritte per un po’ prima di svanire nella continua trasformazione delle nuvole. Il tutto avviene in un interno circoscritto dalle regole temporali. Fuori non è possibile stare, se non perdendo la forma umana. Di quel che non si può parlare, si può soltanto parlarne.
Ti vedo nel controluce del mio sogno, mentre vago nell’inconsistenza del concetto. Ora vedo la distanza che le incombenze della futilità impediscono di amare senza condizioni e remore. È un tempo sprecato nella formalità dei gesti, un tempo che, scivolando come sabbia tra le dita, nutre altri lidi. Desidero restare sospeso in questo sogno in cui amare non sia condizionato. Desidero un sogno comune da cui andare ogni volta che il rumore diventa insopportabile. Trafitto da uno spasmo, mi fermo alla soglia con la mente confusa. Cerco un modo di ricucire i pezzi con uno spago d’oro. Ma oggi la via è chiusa per i viandanti sognatori.
Risuona Palestrina nell’eco di una stanza: “In gloria alla fede della possibilità infinita e spaventevole allo stesso tempo”. Musica per ancorarsi alla speranza nei tempi soliti della battaglia. Rintocca la nota in profondità per scalzare l’apatica rassegnazione. Sembra finito il tempo della ragionevolezza, sempre che ci sia mai stato. Ora si spara a caso; basta avere il potere per farlo. Il re nudo è tornato a essere visto vestito di