Il tempo della mia esistenza

Ritorno nel punto in cui lo sguardo cade senza sforzo, respirando le pause di questo tempo. Poi, mi guardo attorno senza vedere nulla, in questo spazio che al momento m’appartiene. Un’identità si riconosce dalle parole che pronuncia, un segno del discorso che può fare la differenza tra pace e violenza. Appesi i giacconi ai ganci, sembrano ominidi dormienti come pipistrelli in attesa. Nella casa, il tempo del cibo segna le consuetudini; sono pezzi che, lungo la giornata, si sistemano ad incastro. Per il momento, un intero anno si dipana. Ma già sembra un’illusione di un trascorrere fermo, una condensazione della scrittura in fumo salubre, lasciando che si liberi nell’aria senza recare danno. La moltitudine oscilla tra i continenti, provocando onde di insana impazienza. Si contano i morti a migliaia, tra naturali e prematuri. A giro tocca un po’ a tutti: sofferenza e gioia senza strafare in un gioco della vita che in pochi capiscono. Si possono tracciare linee di fine o di inizio all’infinito; dipende sempre dalla prospettiva da cui si guarda. Ma la sostanza rimane invariata: tutto dipende dalla memoria difettosa. Una dimenticanza cronica rende l’errore capitale, uno sbaglio casuale. La forma del ricordare è una struttura da modificare per cambiare il rapporto con il mondo e con gli altri esseri.

La brina si stende al di sotto dello strato di nebbia, e la sera appare come un impasto culinario gustoso. L’incapacità di vedere oltre l’immediato trasforma il paesaggio in uno scarto tra reale e immaginario. Se guardo intorno, trovo un me stesso che si osserva. Fitte strane al senso di realtà colgono di sorpresa la densità con cui si crede alla concretezza. Sono dolori del tempo da cui non riusciamo a divincolarci, a meno che la soluzione non sia, appunto, smettere di credere nel divenire, facendoci sfuggire ogni essenza umana. Sono solo carezze con occhi umidi che incrocio nelle stanze, cubicoli di ricordi incastonati tra le arterie del corpo. Non capisco il senso di oppressione che mi accompagna da un po’ di tempo. Sono forse le fioche luci della ribalta che si spengono? Anche se, in realtà, non si sono mai veramente accese. Una cortina invisibile colora le essenze di vacuità. Con orrore si scopre che la vita umana non vale nulla rispetto alle cose che la circondano. Così, riprende quota il rifugio antico dell’altro mondo, regnato da angeli e incantatori dell’eterno. In massa, si fugge oltre le colline dell’illusione.

Non sembra possibile inventare nulla che non contenga la direzione del tempo. Ogni narrazione sfugge in modo istantaneo dal suo presente, trasformandosi in storia. Ogni passo di questa mattina mi sfugge nella dimenticanza, rincorrendo intenzioni che si affacciano, anche se non richieste. Allora, cosa posso dire se già tutto sfugge in direzione opposta? Può esserci un modo per variare la direzione? Sento in profondità una umiliazione che scava un solco incolmabile tra dire e sentire. Sono forse le istanze dell’invecchiamento? Una richiesta di cambiamento che sembra difficile da riconoscere. Eppure, rimane un attimo avanti, in attesa di essere colto. Si smorza come un cerino l’idea cupa e solitaria che ci sia una verità. Nella folta foresta dei vocaboli, a volte, è possibile rintracciare istanze verosimili. Ma poi, piano piano, si attenua la certezza nel dubbio e infine il senso semplicemente si dilegua. Tutte le volte si ricomincia da capo. Si forma il problema, si risolve la questione, insorge la perplessità, si presenta il dilemma. Ancorato a questo stato di fatto, apro la mia giornata senza pensare che possa essere l’ultima. Mi accingo a predisporre situazioni che, un po’ per volta, lascerò alle spalle, dimenticando che solo dentro alla scatola dello spazio esiste il tempo della mia esistenza.

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