Nella solita maniera di cui siamo capaci, sopravviviamo a noi stessi. Senza bussola né prefigurazioni, procediamo a tentativi ed errori. Il futuro è solo una forma narrativa; ciò che accade è sempre un passato. In questo ritardo del vivere, ci tranquillizziamo con la fantasia e la speranza. Che i tempi siano maturi o acerbi, non fa differenza: l’indovino si insinua nelle crepe della credenza, creando la fede e dimostrando che si possono controllare le maree. L’alchimista si infiltra nelle increspature del tempo e, con magia, cambia il significato delle cose.
Travolti dall’angoscia di una morte nullificatrice, ci lasciamo andare a maestri del futuro. Le parole che salvano scorrono come miele in tempi di guerriglia. Un topo corre nella sua gabbia come una scheggia impazzita, finché una mano non lo libera. Poi, procede in funzione dell’ampiezza dello spazio a sua disposizione. Così si definisce il suo stato, frenetico o calmo. La mano che lo libera viene dimenticata, relegata nell’inconscio, mentre il topo avanza rispetto a ciò che gli sta innanzi. Così, la vita si snoda tra le apparenze: una cosa sorge solo se il suo contorno svanisce.
“In ogni caso, gli oggetti sono reali”, così come reali sono i discorsi che muovono sentimenti e emozioni. La pregnanza della forma incarnata ci distingue tra le molteplici formazioni delle strutture, a cui diamo nomi che valgono solo per noi. È un sole spazzato dal vento quello che oggi domina la visuale, un vento insolitamente freddo per la stagione. Nel via vai della gente si nota un ripiegarsi su se stessi dei corpi, nella vana illusione di evitare le folate gelide. “Ominidi senza collo” sembra la fila dei camminanti. Una nota bizzarra e divertente si inserisce nella consuetudine routinaria del guardare. Mentre da lontano sopraggiunge un presentimento che, chissà perché, non è mai allegro. “Alludo alla mia sorte”, una compagna di vecchia data, che prende e dà in egual misura. Dipende poi da come la si prende; è facile maledirla, ma è meglio esserle amica. Ci si può elevare al termine “destino”, ma sembra fin troppo pretestuoso; pare di scomodare la divinità in persona. Restando tra i mortali, è facile trovare le ragioni di tanta dabbenaggine. Regna la paura per tante cose e motivi di cui la filosofia ha cercato di mettere una pezza; in alcuni casi, come al solito, ha peggiorato la situazione. In ogni caso, sempre “cacchi” dei mortali.
Sento il bisogno di avere maggiore compagnia da parte dei vegetali. Racchiusi in vasi minuscoli o stretti in cemento nei marciapiedi, “gridano vendetta”. Non hanno la libertà di comunicare; stando loro vicini, si odono solo le grida di sofferenza. Del resto, anche la sorte degli esseri umani non è granché dissimile. In un modo o nell’altro, siamo sempre chiusi in qualche gabbia. Fisica o metafisica, la parola ci racchiude in una descrizione che, per consuetudine, non ci corrisponde mai.
Sfiora il petalo la pelle, lasciandosi dietro una lieve traccia profumata. Verso il lavoro, come sempre, con estrema ripetizione rituale di ogni aspetto della quotidianità. L’applicazione della reiterazione permette di mantenere gli oggetti fissi nella realtà, così che non si spalanchino le porte dell’inaudito o del vuoto. È già solo ad evocarlo che ciò esiste. Dunque, il lavorare e l’aderire alle convenzioni mi permette di avere un’idea di me integrata con il resto. Ma… è ciò che voglio? Il volere è un’altra fonte di sofferenza; è sempre un volere di qualcosa che non si ha o non si è. Tra i tanti ricordi che formano una crisalide evanescente, vissuti nel tentativo di fare la cosa giusta.
Il suono che proviene dalle finestre è come un fruscio di sciolina che segna il passo verso l’ora di punta. A tratti, la pioggia ripulisce l’aria e i marciapiedi incrostati. Camminano veloci le anime perse nella traiettoria della meta. Sento che il tempo morde il freno e in certi momenti non ricordo più da dove vengo. La strettoia che impone la costruzione della giornata mi è gravosa. Un mondo di pensieri pesanti grava sul vuoto della leggerezza della vita. Una forma semantica della gabbia imprigiona la possibilità di sentire gli inni celebrativi del bene.
Ottobre è un ritorno a casa, tra l’indecisione di ripartire o fermarsi come un sasso. Alle spalle, lunghi discorsi si sono sgretolati nella pioggia fine e fredda. Il corpo si rivolge a sé, in un inchino alla terra che odora di fermento umido e di fogliame spento. È un conteggio di ciò che rimane da fare e di ciò che si può pensare in un nuovo anno. Senza radici, mi guardo intorno e ci metto del tempo a riconoscere dove sono. Ho timore di questo vento, che da un momento all’altro potrebbe portarmi via, senza ritorno. Chiudo la porta alle spalle, senza più girarmi, nella sera ambrata.