In una nicchia di vacuità

L’acciottolato che distingue il passo nella città vecchia è un segno distintivo di un modo d’essere, che coincide con una certa consapevolezza di appartenere a una storicità condivisa. Di sera, in inverno, tra foschia e umidità, si possono avvertire gli antenati che si sovrappongono al presente. Per un momento, immersi nei propri pensieri, ci si trova a vivere la triplice dimensione del tempo. Venendo a me stesso, nel cuore della mia intimità, vivo la città vecchia solo quando è deserta. Le presenze che scivolano sul selciato sono fantasiose ricostruzioni di una mente in bilico tra lucidità e follia. Sono giorni in cui il primo freddo annuncia i malanni di stagione e un po’ tutti sembrano fagotti emaciati che vagano in questo nuovo teatro della realtà. Prevale l’attesa catastrofica da cui ricominciare, un filo che unisce tutti verso l’annichilimento e un aumento della violenza. La capra del vicino, in una ipotetica campagna, bruca tra gli orti coltivati, aizzando le reprimende. Una sfilza di distorsioni confonde i paesaggi, e alla fine è difficile dire dove si è di casa.

Anche qualche Rom si è accampato nel cortile di casa, senza urtare troppo la sensibilità altrui. Si convive piacevolmente osservando le reciproche diversità. Alla fine, sembra che la battaglia per la parità di genere sia la fonte di tutte le guerre, l’unica in grado di cambiare in modo significativo il senso dell’essere umano. Cosa covano, in modo irremovibile, le radici del conflitto? Un calore inesauribile che innesca ogni tentativo di spegnerlo. Esiste la possibilità di un equilibrio? Sarà mai possibile la non violenza come forma della violenza stessa? Il gioco perverso della frustrazione pesa sulle gambe nel viaggio intorno alle buone intenzioni. Con un certo affanno, scelgo le parole da pronunciare, depositandole con cura e discrezione, per non dover schivare rimbrotti e lamenti in risposta. Anzi, a volte, vorrei proprio evitare inutili dialoghi che soppesano solo figure egoiche.

Intorno allo scioglimento delle riserve di pudicizia si apre un sorriso. Si inizia sempre con un guardingo sguardo serioso. Per poi lasciare che il gioco diventi divertente. Una scena a due tempi che si ripete sempre nelle relazioni. È il modo di essere “all’umana”, diffidenti per natura, a meno che non si incontra un essere puro. In cui il pensare coincide con il corpo il quale sente nell’immediato ciò che ha attorno. Sono difficili da incontrare, nella media siamo tutti uguali, duplici e contorti nell’esprimere qualsiasi cosa. Continuo a ripetermi che ci vuole un cambiamento, una svolta per incontrare gli ultimi anni in modo sensato. Non che ciò che faccio non mi piaccia, ma penso che sia ora di smettere. Senti quando è il momento di volgere lo sguardo altrove. Ed il mio altrove è fermarmi, spegnere il motore ed affrontare il silenzio, quello vero; l’oscurità, quella profonda e sconfinata. A tratti la via diventa impervia, perdendosi nel sottobosco. Dai rovi che si fanno sempre più intricati proviene il profumo della libertà. Qualcosa che perdura incontaminato e resiste alla peste della normazione in parola e significato. Nel sottosuolo le radici si parlano e cominciano ad organizzare il cambiamento. Tutti gli inconsci del mondo si parlano nella lingua senza enti. Non serve il significato per volgere il sottosopra. La prigione del senso polarizzato delle cose schiavizza l’umano all’angoscia della scelta. In una perpetua sopravvivenza nella fede in qualcuno o qualcosa. La scrittura che ci aiuta a ricordare, costruisce a nostro scapito la traccia su cui restare nella credenza dell’esistenza. Volevo cercarti tra i fiori d’autunno in uno slancio amoroso. Zittire per un attimo l’incendio della Terra. In questa radura nel silenzio dove le parole non servono. Solo gesti d’affetto nella penombra della vegetazione.

In queste ore, tra la pioggia fine e il suo riparo, si snodano le volontà verso le proprie mete. Oggi non voglio impegnarmi in nulla; già tanto mi sembra il pensare. La lettura resta sempre la cosa che preferisco. A volte leggo anche cose inutili che trovo per caso, sui tavoli, appesi ai muri, oppure in sale d’attesa spoglie di personalità.

A volte leggo i volti, con i loro sguardi, appoggiati a tratti su ciò che sta davanti. I corpi, nelle svariate conformazioni, spesso incarnano ciò che non è espresso dal lessico. Ho invidia per la scrittura in sinogrammi, in cui la comprensione è in sintonia con la pittura. Lo scarto tra la comprensione immediata d’insieme e la nostra modalità, che è sequenziale da “a” a “b”, è significativo.

Il riverbero delle ossessioni oscilla nel mio campo visivo mentre converso con sconosciuti. Non so di preciso come mi ci sia trovato in questo frangente, ma icone della chiacchiera stanno mutilando il senso comune. Riunioni di banalità formano il palinsesto burocratico dell’amministrazione pubblica. Quante faccende siamo obbligati a svolgere? Quanti discorsi siamo obbligati ad ascoltare? Mah! Mal di testa, capogiri e senso di vuoto. Forse me ne devo solo andare via, in una nicchia di vacuità.

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