Pioggia sulla città

Trovo estraniante questa ambientazione di pelle, sangue, muscoli e di tante altre cose di cui non sono consapevole. Meditare un po’ aiuta a percepire la disgiunzione delle parti come un unico insieme. Tuttavia, è una sensazione che, quando emerge, già vacilla, accompagnata da una naturale indecisione che segue la natura delle realtà pulsanti, come le persone. Sono come le parole scritte, che necessitano di uno sfondo per potersi manifestare. Giro in tondo attorno ai concetti come un insetto attorno al cibo. Un motivetto fischiettato apre la trama del racconto, mentre un vento caldo penetra in una fessura dove le storie giacciono in attesa di essere raccolte. E poi si diffondono, lasciando polline nella terra arida. I ricordi formano la struttura dell’anima e le donano un colore. Questi colori prendono vita nei suoni e nell’armonia, tracciando le linee del carattere, visibili nelle rughe che si fanno pesanti con l’invecchiamento. Fuori campo c’è un osservatore che, nel corso degli anni, ha sviluppato la tecnica di guardare senza essere visto. In effetti, non è necessario partecipare a tutti gli eventi che possono sfiorare una vita. Si può scegliere a quale atto della trama entrare e a quale sottrarsi. L’osservatore rappresenta una possibilità di come spendere il tempo; oltre c’è la dissoluzione dell’identità, che impedisce l’aggregazione di specie diversificate.

Il mattino cattura timidezze perché nulla è ancora deciso. Si gira a vuoto, iniziando e lasciando situazioni sospese. Ascolto la casa vuota, e lo spazio si ritrae fino ai margini della dissoluzione. Anch’io, rarefatto, non ho la capacità di aggregare un senso che sia valido per questo mondo. È in quel momento che mi accorgo che ci sono più possibilità di abitare la Terra. Allora, in quella piccola finestra di tempo, cerco di sbirciare oltre il mondo e, soprattutto, di riservarne un ricordo per dopo. Quando la macina di un solo significato si chiuderà sul mio dover essere produttivo, il mercato di qualsivoglia genere avrà preso il posto di qualsiasi buona conversazione disinteressata. Non resta che aprire un varco interiore, come inizialmente fanno le droghe, per aggirarsi in un campo senza gravità e temporalità. L’attrazione per le forme del bello e per il suono armonico è sostanza e forma per mantenersi in vita. Quando ricordo gli amici antichi, rivivo alcune scene con una certa vivida coerenza reale. Non so più se sia verità o illusione, ma mi fa piacere rivedere volti e voci ripuliti dalla vecchiaia. Scosso da una gelida mano sullo stomaco, rivedo nella notte i soliti fantasmi. Loro raccontano una saga che si conclude sempre in tragedia; pochi fanno i conti con i demoni, riuscendo a vederli per ciò che sono: uomini e donne soli con i loro tormenti. Quando capita di stare male, si attende e si cerca di cogliere i segni della guarigione per non cedere all’angoscia. Ogni giorno mi devo ripetere che in qualche modo porterò a termine il mio dovere. Nello stesso tempo, ho la sensazione che mi stia perdendo qualcosa. È una piccola voce che mi sussurra di cambiare, che c’è sempre un tempo possibile per mutare.

Fuori l’aria spruzza la gente incerta sul proprio domani, mentre il tempo accenna a piovere. Guardo tutto ciò con gli occhi della stanchezza e un poco di rassegnazione. Capisco che il mondo ha un concetto avariato di se stesso, che nell’attualità non gli permette di evolvere. La responsabilità dell’esistere ha cessato di essere pregnante nel ponderare le singole scelte, per essere sostituita dalla nullità della verità che rende le azioni uguali o insignificanti, essendo le virtuose e le ripugnanti sullo stesso piano. Con gli anni sento la necessità di meno parole, meno chiacchiere, meno cose e più sguardi profondi.

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