Il mare alle spalle

Il mare alle spalle, cammino lentamente, oscillando tra il nulla e qualcosa. Sono ancora un po’ stordito dal tempo che è già passato. Vado incontro a ciò che resta oltre la mareggiata. Sento già dal mattino il stridore dell’attualità. Le contese con i mezzi di comunicazione si intensificano, alzando notevolmente il livello del rumore che confonde e illude di conoscere i fatti. Nella città dove abito non incontro nessuno, perché lavoro in un’altra dove mi relaziono con la gente come un forestiero. Alla fine, resto a camminare solitario tra un parco e un centro commerciale. Dalla finestra, una collina verde si apre al cielo sopra i tetti ancora umidi di rugiada. Vorrei raccontare delle storie, ma le parole scivolano nell’incavo interiore, dove le cose sono più complicate. Così rimango in una forma girevole della contorsione del pensiero, in quell’area intima che non sboccia come storia, ma resta meditativa come una preghiera. E… forse in questo tempo è giusto così. Pregare è l’azione più rivoluzionaria che questo mondo umano possa aspettarsi. Le azioni di protesta si muovono sull’asse sbilenco della contraddizione, e mantenere un senso al proprio discorso, che diventa il discorso, scivolando tra le mani in mani sconosciute, è difficile. Oggi piove, e il sapore dell’aria è mutato; anche la luce tremola, come se fosse indisposta al dono. Gli angeli sonnecchiano pigri nei cortili polverosi, e in questo tempo Dio non ha molti piani da realizzare. Perciò, un po’ tutti i guerrieri dell’apocalisse si stanno rilassando a guardare. Vecchie case modernizzate nei quartieri abbelliti da quattro piante in gabbia. Nelle loro fondamenta rimangono i fantasmi e i demoni che hanno albergato agli inizi del discorso del mondo. In alcune occasioni, si possono ascoltare ed avere una visione di ciò che era prima della razionalizzazione. Da qualche minuto è comparso il sole, un po’ più che opaco, accarezzando un umore che potrebbe migliorare.

Gli eventi avvengono se osservati; altrimenti, accadono sconosciuti all’inconscio. Nella reazione che avverto nel corpo, l’influenza maggiore proviene dagli sconosciuti. Non c’è modo di avere alcun controllo. Si può solo fingere per trarre maggiore tranquillità nella vita quotidiana. In qualche modo, sono costretto a tornare al lavoro, oppure non ne sono mai uscito. In ogni caso, la sabbia che quest’anno non accoglie i miei piedi rimane dimenticata tra le auto parcheggiate in doppia fila. In città non ci sono risate né battute di spirito, ma solo rumori e bestemmie. Vorrei trovare un filo logico nella matassa che rimane confusa nel pensiero decisionale. Scendere o salire? Entrare o uscire? Verticale o orizzontale? La pedagogia insegue la psicologia, che a sua volta scimmiotta la medicina, mentre la filosofia resta in disparte, muta per i tempi di guerra. Muta per la consapevolezza di avere i tempi degli Dei e non dei mortali. Di fatto, la contingenza dell’attualità è solo un tempo di respiro per preparare la meditazione. Nel dubbio degli opposti, che ormai si affrontano disconoscendo la stessa radice, il centro viene triturato nell’agitazione ansiogena del tempo moderno. Oggi è un giorno importante, perché una persona è felice. Si può decidere di esserlo anche solo per un giorno. E io sono felice della felicità; è sempre stato il mio modo di banchettare a questo tavolo: “invitato non protagonista”. La luce dalla finestra è intensa, come di solito a settembre, oscillando o ballando con nubi più scure che possono presentarsi nella variabilità della stagione. Un compleanno, un ricorrere, una canzone che si intona ai minuti che scivolano via. È questo il modo in cui la biografia si costruisce sulle tracce del passato, nella riflessione condivisa di più esistenze intrecciate.

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