Sono dentro al fumo della sala sperduta, in una città sulle scogliere trattenute dal mare. Non so perché sono qua, nell’evanescente fluire dei discorsi d’attesa. Ma qualcosa mi dice che forse è solo un sogno, ma chi è che parla dentro alla mia mente? Ma…dove esattamente è questa mente? Rigiro tra lenzuola sudate per una estate sempre più bizzarra. Vorrei rispondere alle domande, ma confondo il domandare con il domandato. E…irrequieto, provo agitazione, evaporando insieme al fumo di sigari o vecchie pipe in uso negli anni cinquanta. Ora mi accorgo che tutto è sfumato tra il bianco ed il nero, come vecchie cartoline in riva alla Senna. Che strazio…un vociare infinito trasforma parole in vuoti di plastica buttati. Alla fine, gli uomini e le donne si accapiglieranno brutalmente nell’insignificanza delle ragioni. Ci si può ritirare…in sperduti boschi incolti…ma trovi sempre un bullo, dentro o fuori di te che insorge. Ed allora! Ancora e per sempre la musica ci può salvare. Una sinfonia di note distesa in pianure e valli che tacita la chiacchiera del si dice. Solo, pochi accenni per comprendersi.. ed alla fine, il linguaggio non servirà più.
Un nastro colora i tuoi capelli di un rosso vivo, ricorda l’evidenza di una ferita inconscia. Risuona come un ricordo negli schiamazzi di quelli che hanno dimenticato la comprensione.Tutto lo sfondo del mondo mi appare offuscato, solo il segno vivido tra i capelli scuote il torpore di una vita che non si è accorta di vivere. Tra i salici camminando si rievoca ciò che non si può più toccare. E…una sensazione di solitudine si posa a fianco, accompagnando quel passo lento, legato al respiro. È un viale acciottolato e polveroso per la siccità, che congiunge l’inizio ad un dove. Una forma del ricordo che invecchiando si fonde alla realtà. Il destino ha legato l’esistenza in un unico percorso d’amanti. Questa condizione modifica lo spazio rendendo la realtà un insieme d’interpretazioni intersecanti. Si può dire che il senso di sé è condiviso senza perdere la sensazione di essere unici. “Sembra difficile dire cose semplici”! Nello stesso tempo non inciampare nella banalità. Guardare per comprendere è una attività faticosa:- si guarda prima ciò che appare, poi si comincia ad intravedere i contorni da dove emerge ciò che appare, poi le ombre e lo spessore su cui emerge l’apparire, e…poi se si ha il coraggio si può entrare nell’infinitamente nascosto, senza il quale nulla appare.
La scollatura dei verbi incespicati nelle facce paonazze di rabbia, risuonano nel vento come un ululato venuto male. Sono in tanti a gridare, ma poi rimangono in pochi nel silenzio della possibilità di non partecipare al banchetto delle cose.
Tra le varie scenografie c’è la possibilità della rinuncia…senza essere eroi, si può essere brave persone. Tutto ciò che non serve può non essere preso…tutto ciò che non serve può non essere mangiato. Alla chiacchiera, soprattutto quella offensiva si può rinunciare…per lunghi periodi si può vivere senza condividere il mondo dei mortali. Basta diventare artisti per se stessi…creatori e abitatori del proprio mondo…nel rispetto e venerazione di chi amiamo. Un ritorno a “sulla strada” della beat generation …ma questa volta senza le strade “dell’uomo bianco”.
Un po’ di confusione e incertezza non può che giovare al meditare. Le sicurezze fanno parte di categorie che alla fine si trasformano in prigione. Nel contesto della banalità si può abitare indisturbati, in fondo le verità sono così semplici che non sono mai viste. Passano inosservate nei millenni come la pioggia che solo in apparenza scorre per essere altro da sé.