Se torno verso l’eco delle voci a ritroso sul sentiero di campagna, mi aspetto di ridiventare piccolo, con l’erba che mi sovrasta, in un mondo che si configura agli occhi infantili. Rivedo tra questi pensieri le immagini degli animali che amavo osservare, in particolare i movimenti incuranti degli insetti. La sensazione di non contare nulla per loro era piacevole; e anche per me, il non contare nulla era piacevole. Lascio andare la barriera del tempo in alcune circostanze, perché il presente è doloroso. La natura è un buon medicamento, annidata nei ricordi delle cellule.
Sono ancora lì: campagnolo e affamato di solitudine, perso nella distesa piatta tra campi e alberi. Solo da soli si può ascoltare il rumore del silenzio, il suono della Terra che si evolve in tempi differenti da quelli umani. Tempi inconciliabili, che alla fine porteranno a effetti disattesi per tutti. Il fiume, o i fiumi che scorrono, costituiscono la base sonora su cui le melodie si mettono in evidenza. Scavando con le mani, l’aroma del terreno si spande, ed i lombrichi si attorcigliano tra le dita. Il respiro si accorda con l’oscillazione delle foglie, da cui rimbalzano scintillanti linee di luce.
Un salto di lato verso l’ignoto, accompagnato dai miei antenati, lungo la stessa strada delle creature che di notte si trasformano. Penso che si possa uscire dal regno del pensato attraverso un esercizio di annullamento dei significati. Come ogni volta che ci si inoltra nella selva semantica, si rischia di rimanere incagliati in qualche risacca. Siamo come gli immensi banchi di plastica nel mare: pattume umano che rivela la cifra del nostro dire e del nostro fare.
La forma dell’esistenza crea una resistenza che non si accorda a un certo grado di armonia nelle stagioni della vita. È come se un impedimento velasse l’ovvietà dell’essere. In questi momenti di incomprensione, ci si appella a un disegno più ampio, a noi incomprensibile, oppure si accetta che le cose debbano essere così, senza cercare significati altrove.
In ogni caso, il rimuginio costruisce case, palazzi, strade, nazioni e fedi, creando un variopinto paesaggio in cui l’apparire e il scomparire sono il movimento dell’esistere. Torno a casa, “se casa è il luogo del senso”, fino a quando il ricordo me lo permette. E poi? Nebbia e rumori di fondo in quella strana collisione con l’aria. Resto chino, a guardare in fondo a un me che si è già dimenticato di.
Un grido afono increspa la sera tra la luce scura e il rosso crepuscolare. È un richiamo al risveglio o all’attenzione verso lo scorrere degli atti davanti agli occhi. Indugiando nella cecità, come se nulla accadesse, si attenua l’ansia. Ma, come al solito, si viene sospinti, malgrado tutto, a guardare per fare. Attività che negli anni si accumulano, perdendo un po’ il loro senso; riguardandole, sembrano gesta sconosciute.
Sorpreso dal grido, il torpore si dilegua e per un attimo penso di cambiare. Ma poi, con la sera che avanza, resto fermo nel ciglio dell’orizzonte che mi ospita da tempo.
Vanno e vengono le ombre, sussurrando raccomandazioni in questo posto che è più loro che mio. Ospite per un tratto di vita che si disperderà come ogni cosa che ha un nome. Ascolto senza rispondere, perché non serve parlare, nella mensa dei buoni propositi. Tra i saluti che si affievoliscono, i parenti prendono strade divergenti, perdendosi nella folla.
Alla fine, rimasti soli e adagiati allo stupore, ci si culla nell’oscurità. Spengo la TV e il silenzio in città non arriva; come la luce, il rumore permane in continuazione.
Invecchiando, alla fine, bisogna lasciare le città se si vuole rincontrare il cielo e le stelle.