Una sola goccia

Qualcosa si muove dallo sfondo, riflesso nell’occhio indagatore. Una curiosità che spinge a conoscere, anche se non ce n’è l’estremo bisogno. Una qualità o maledizione che ci contraddistingue è il continuo interrogarci sul “perché”. Alla fine, il cammino della vita è una catena che si sussegue in una risoluzione di problemi. Cosa saremmo se restassimo orfani di problematiche? Forse diventeremmo depressi, privi di uno scopo, oppure potremmo riconciliarci con il mondo seguendo il moto naturale dell’essere.

Nella routine, tutto sembra dover avvenire come accade, ma ascoltando meglio, qualcosa sussurra che non è proprio così. In qualche modo, siamo costretti ad una scissione dal dialogo interno, rendendoci inesorabilmente incompleti. Ognuno è diviso, senza via d’uscita; il linguaggio ti inchioda a salire sul proprio carro di competenza e, da quel momento, le espressioni linguistiche ci rendono dei multipli di sé.

Il sole frange a cascata le ossa ridotte a polvere, nell’intervallo di tempo che vede distrutto un altare. Il rumore della guerra è vicino, e l’alito dei morti comincia a farsi sentire nell’aria. Resto paralizzato al pensiero dello squartamento di uomini, animali, piante e molluschi. Ripeto senza voce alcune strofe poetiche come una preghiera, cercando invano di far attecchire un sentimento d’amore in queste strade deserte.

Una sola goccia d’acqua contiene un sapere che noi non vediamo. Siamo miopi osservatori della parvenza, a cui diamo nomi scrupolosi quanto inutili. Da tempo si è perso l’istinto che unisce ogni essente in quanto tale. Oggi il bivacco è preparato tra le rime di una canzone e il ricordo del secolo scorso. Questo avviene per quelli della mia generazione, poiché il riferimento nel mondo è un “secolo scorso”. Le mani portano i calli degli strumenti analogici, e nella memoria la natura digitale è un ospite a volte mal sopportato.

Frequentando lunghe disquisizioni sul nulla, a volte sogno le avventure della frontiera. Dalle cime dei rami più alti si scruta un altrove, che trova sedimento nella fantasia incarnata dell’avventura. La memoria ha la possibilità di ripercorrere i momenti d’audacia e di ricostruirli nel teatro casalingo. Le mani, sprofondate nella terra tra i campi irrigati, cercano la vita sottostante, incuranti dei pericoli che, solo ipotizzati, non si sono mai verificati.

Già di mattina presto, il rombo del trattore inizia un avanti e indietro sopra i campi. Ci si diverte a salire sul suo fianco, osservando l’impronta che lascia nel terreno; un segno che, una volta arso dal sole, permane nel tempo.

Le bombe sfiorano ogni illusione di rinascita. Il tempo in cui guardare oltre la staccionata è terminato. La volontà di potenza si ripercuote sulla bontà. L’effetto del mondo in guerra è che ogni individuo è in lotta con sé e gli altri. Vengono sepolti i buoni propositi per lasciare che scorrano parole con poco senso. Una gita in periferia tra i resti delle case abbandonate e vecchie fabbriche dismesse. Un tuffo in diverse posizioni del tempo tra oscillazioni di quello che è stato e ciò che ancora non c’è. Dentro a questo camminare per uscire dalla routine della incertezza del tragico. Cerco la commozione negli occhi di chi amo per sciogliere quel grumo che ritrovo al risveglio. Una sconfitta che permane nel ricordo fino a farne un continuo rimprovero. Il dolore o sofferenza come chiave di volta del senso della vita. Il Buddha ha colto questo come metodo per aprire il sentiero. Cerco solo dí capirmi e andare avanti e indietro in questo scenario. Poche formule sono adatte a ricomporre la serenità. Il cane che dorme, uno sguardo stucchevole di complicità, una vita insieme senza rimpianti. Una casa che invecchia e dà preoccupazioni, ma è la propria casa con chi ci deve stare.

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