L’intonaco scrostato è il segno di una partenza. L’abitare in questa casa ha concluso la propria storia. Un inizio altrove invita a pensare oltre la staccionata. I cambiamenti, sebbene appaiano lenti, sono inesorabili. La macchina della storia gira come una macina, e nulla dell’umano, finora, l’ha contrastata. Ripenso alle albe: intraviste solo di sfuggita tra i tetti e i rumori di una città che si sveglia. Non è possibile lasciare correre lo sguardo verso il limitare, dove cielo e terra si incontrano.
Una stretta di mano suggella il riconoscimento tra i bari dell’osteria. Ingannare la vita mentre si distrae, dando per scontata la servitù. Una mano giocata dopo l’altra verso il sogno di vivere più a lungo. Ci si trova così tra pari, complici di un disegno esistenziale che sfugge alla livella: tra troppo poco o troppo tanto. Un tentativo di rompere il sodalizio con le parole e intraprendere la via della carne e del sangue per comunicare. Le giornate che attendono si schiariscono man mano che la notte si ritira, invitando a uscire per prendersi il proprio pezzo. Un saluto al sole che si riconosce nella nostra pelle.
Una stretta al cuore mentre guardo attraverso una fotografia qualcuno che, con i capelli bianchi, somiglia a me. È un’insolita sensazione di disgiunzione e precarietà identitaria. Mi sento come su un ring, colpito da diretti e rovesci. La realtà che mi circonda è quella che fatica a lasciarsi mollare. Da essa, subisco le continue fluttuazioni delle frustrazioni. Non c’è nulla che riesca a conciliarsi con i buoni sentimenti; è un continuo cannibalismo del linguaggio, nella ricerca di una supremazia che ci ruba l’uno all’altro.
Non fa differenza il colore della pelle, poiché tutti noi onoriamo la crudeltà e riconosciamo nell’altro il seme perpetuo della minaccia. Una cronaca spietata mostra il canale di diffusione delle notizie; sono sempre troppo poche le storie di normalità, che in realtà sono la maggior parte. Il colonialismo del pensiero è una forma di coercizione che non lascia scampo. Quando alla fine cerchiamo di ribellarci, ci scopriamo schizofrenici, con pensieri e opere in contraddizione.
La mia quotidianità si dipana tra una roccia e il mare che non vedo, ma sento come un elemento necessario nella costruzione delle mie immagini mentali. Il fruscio delle onde si propaga nelle stanze illuminate dal sole. Così, mi ritrovo a sognare un’immersione tra un banco di pesci e coralli, mentre mi addormento.