Qualcosa accade lentamente mentre, da dietro le tende, un’ombra scivola nel passato. Sguardi che passano insieme alle stagioni, celebrate da canti dimenticati. Questo giorno, come tutti gli altri, è importante in questa vita. Sono ancora accanto a te, silenzioso e quieto. Lascio che le passioni passino come vento tra i capelli e fermo la malinconia tra le rughe del tempo. Ritrovo, in questa armonia, i suoni che da sempre incantano, vibrando tra le stanze di casa, come ospiti graditi. È il segno di un sodalizio scritto nel sogno che da sempre custodisce la verità.
Le giornate distese sulla via che dal lavoro porta a casa sono un intreccio di parole. Il racconto che si snoda può risultare frammentato, poiché l’attenzione durante il viaggio è a tratti. In certi momenti riesco a ripercorrere alcuni frammenti, ma mi perdo, o forse m’addormento, colto da una stasi senza tempo. Lascio perdere per osservare il mondo che avanza, verso dove non lo so. Di certo, anche la direzione delle stagioni è una fede. Come tutto il resto, si crede per non lasciarsi travolgere dal vuoto che niente restituisce.
Trame intessute dalla stanchezza del vivere, depositate malate nei sobborghi dell’animazione. Ci si trova un po’ così, stremati dalle innumerevoli cose da fare, in un binario morto, senza più vento in poppa. A parlare con il vento e la pioggia, che, a differenza degli uomini, sono soliti rispondere. Vorrei un posto fuori da questa città che ormai è una tortura di rumori innaturali. Ma nulla ti libera dalla tua stessa prigionia. Le tele che coprono i muri delle chiese sono una preghiera per non essere ciò che siamo. È buffo, perché ci è così difficile fare la cosa giusta?
Scorticato per un ruzzolare dentro a un discorso contorto, cerco una via d’uscita. Sono giorni che davanti a me compaiono forme di dissenso. È un sentimento di colpa che opprime, scolorando il giorno in una scialba luce grigia. Tra le forme della dialettica, il soggetto appare in modo prepotente. E forse questo è il problema del comprendere. Non so quale sia il punto in una storia. “Guardo o lascio guardare, o guardati”. Riprendo da capo il filo, ma le cose, nel frattempo, sono cambiate. Un richiamo da oltre la porta altera la scena, risucchiando il poco che rimane di un’individualità.
Il desiderio piano infila le pantofole per radicarsi nei corridoi alla ricerca dell’introvabile. Sono così che le cose funzionano, spinti da un impulso, si va e basta. Le strisce sul soffitto lasciate dal passaggio della luce dalle feritoie. Incantano lo sguardo verso un oltre che non appare al primo sguardo, ma fissando si scorge. Un altro mondo che a tratti fa perdere il senno confondendosi con il sogno. Fermo in queste ore lascio che il tempo sfiori la superficie, senza entrare nella necessità nel rincorrere il futuro. Anche i rumori sono attutiti dal feltro della lentezza. Una tecnica meditativa per starsene un po’ in pace senza ricordare il proprio nome.
Le parole che spingono: ogni cosa si muove nel fiume della temporalità, senza badare alle differenze. Sembra che, trascinate dalla corrente, perdano la possibilità di esprimere la libertà. Ma in fondo il significato di questi termini era già stabilito. Cosa posso sapere realmente dei loro significati? Persuaso che perderò l’equilibrio, non mi resta che galleggiare.
In alto, il cielo sovrasta ogni cosa, compreso il mio sguardo, che non fa più ritorno. Oscillanti in cerca d’amore, percorriamo le vie che ci sono concesse. Altre vie non possono essere viste perché le parole non hanno ancora segnato il terreno. Una stanchezza avvolge lo sforzo di comprendere, lasciandomi fuori dalla porta. Potrei bussare, ma a quale scopo se niente riesce ad articolare delle risposte?
In un certo senso, sono deluso che le relazioni siano così complesse. Aggrovigliate in tante piccole individualità, si perdono nel proprio intorno solipsistico. Un incontro ha bisogno di essere disarmato per funzionare. Nella luce si muovono le ombre, diventando protagoniste delle sfumature d’umore. Ci si lascia cullare nel grembo delle vie e delle piazze antiche.
Viaggiando nell’epoca più consona, si scoprono le vite pregresse. È un segreto dell’infinito, il tempo.
Celato nell’abisso, il cuore impavido è buttato fuori, privo di membra. Percorre spazi senza sponde nell’incontro con i simili. Penso a te mentre infuria una bufera di sillogismi, e dal palco l’accordatore rimette i tasti al loro posto. I suoni coordinati portano pace e zittiscono il chiacchiericcio, mentre fuori la guerra è già iniziata. Il pianista, da dentro le proprie mura, si esibisce. E… un silenzioso pianto riempie l’aria con la musica. Trovo faticoso mantenere un contegno in questa selva di convenevoli; c’è stato un momento in cui gli umani non avevano bisogno di nulla per capirsi.