Confuso! Nell’ombra che si distende dalla luce incombente, guardo intorno a me gli oggetti senza connotarli. È un tentativo di concedere libertà alla relazione necessaria con ciò che ci circonda. Già in questo continuo alternarsi di dentro e fuori definisco un limite che mi dispiace; e in questo sento un senso di sconforto e di continua prigionia. Un dolore sordo accompagna da sempre ogni presa di posizione nell’agire tra le cose. Me ne vado da me stesso nella forma evanescente di un pensiero, colorato dal cielo e dal mare che si estendono in un infinito girotondo che chiamiamo casa.
Persone smarrite cercano rassicurazioni senza ascoltarle, prigioniere di uno stato d’animo che nasconde la realtà. Ciò che serve nella sobrietà del vivere non viene preso in considerazione; la pochezza o il minimo necessario hanno assunto un’accezione negativa. La riflessione in punta di piedi, senza sforzo e che si lascia calare in profondità, è elusa dal chiacchiericcio impersonale dei mezzi di comunicazione. Quindi? Dove andare? Quale spazio aprire per non essere travolti dalla cosificazione? I non-luoghi possono diventare rifugi per viandanti ancora umani, dove la decolonizzazione dalla verità riapre le porte al pensiero possibile.
Certo! Le illusioni sfuggono oltre la coltre dell’orizzonte, ormai abitualmente infiammato di rosso. Un presagio incombente per i vedenti non distratti, ma vigili ai cambiamenti. Cerco, in qualche misura, di rifugiarmi nella pigrizia, limitando i miei movimenti. Tuttavia, la forza di gravità, alla fine, ti costringe all’esibizione. Fili invisibili muovono i matti nel loro delirio; gli stessi fili tessono relazioni indispensabili per tutti noi, interconnessioni mai adeguatamente apprezzate, che sanciscono l’inestricabile verità che tutto converge intorno a un’unica essenza. Così, per gli amanti del solipsismo, questa rappresenta una frustrazione insostenibile, del tutto ignorata.
Nelle cornici cerco di intravedere la congiunzione tra uno e l’altro, interrogandomi se esista un terzo elemento che unisca. Le domande, sempre le stesse e totalizzanti, possono impegnare un’intera vita senza trovare risposta. A volte mi sembra banale, ma è impossibile fermare il pensiero interrogante; come un martello picchia sullo stesso chiodo fino allo sfinimento. Non capisco, infine, se sia più rassicurante porsi domande o darsi risposte.
La domenica in città ha un movimento diverso dal solito; c’è meno rumore e questo cambia parecchio il gusto del giorno. Anche fare nulla non provoca disagio in una domenica di sole.
La quiete si conclude nel finire delle buone intenzioni quando, da qualche parte, qualcuno chiama. Sono richieste insensate, frutto di una distorsione del senso d’essere nel mondo. La schiavitù del “dover corrispondere” consuma, poco a poco, la visione aperta, riducendola a un lumicino obbligato. I giorni che si susseguono perdono la loro carica e l’opacità può avere il sopravvento. Non resta che ribellarsi all’insensatezza.
Tra i ricordi, una vena di euforia: quando le cose possedevano la qualità della possibilità. Un gioco magico della fantasia trasforma il modo di pensare il mondo. Resto solo in questo, che sembra un ritirarsi dal vento, il quale insegue le sbavature del sovrabbondare. Una musica, depositata nella carne fin dall’infanzia, rimane fedele al proprio scopo. Tra spazio e corpo si delinea una trama nascosta in cui il senso emotivo del vivere si deposita. Una forma reticolare, amalgamata dal sentimento e dalla spiegazione razionale di “ciò che sembra”.
Questo è lo spazio-tempo che in ogni momento ti segue, in qualunque direzione volga l’attenzione. Sento le formiche che si danno da fare, il sole sollecita la frenetica attività nel prendersi cura del loro mondo. In marcia, solcano il pavimento verso la meta, mentre il mio sguardo resta incantato su un altrove a me velato.