Pasqua

Il sapore delle foglie risale lungo la cresta incolta dove, da piccolo, mi lasciavo cadere come un sasso rotolante. Sotto la sferza di un cielo che dava vertigini, la terra sembrava capovolta. In quel tempo, il reale e l’immaginario non avevano un confine delimitato. Ma tutto era… e, forse, è ancora verosimile; di fatto, anche se sopiti, i dialoghi con il nulla continuano a impegnarmi.

Dal ruscello in piena trapela una voglia di estate, ma attualmente la cattiveria riduce ciò a paura per il futuro. L’insieme forma un sussurro paesaggistico incorniciato dalla miopia, che con l’età avanza, stancandosi del vivido presente. Ci siamo un po’ persi aspettandoci che qualcosa di miracoloso avvenga. Ma, senza occhi per guardare, come è possibile accorgersi dell’impossibile?

Tra le righe vedo bianco, e nel colore percepisco una nullificazione della parola. Molte mani hanno cercato di scrivere lungo il tratto bianco, ma, incautamente, si sono perse. Ora che sento il brusio nella testa, il mondo esterno diventa un dato confuso, che può essere, ma anche no! Corridoi, stanze dalle porte chiuse: immagino finestre che estendono la visuale, forse su cortili, oppure su strade trafficate, ma al momento niente mi è possibile guardare.

Perso lungo una strada in un autobus straniero, costeggio boschi imponenti. Un ritorno a casa che si fa avventura, come quando i bambini guardano oltre le cose. A tratti, il sole illumina un abbozzo di primavera, per poi ritirarselo via. Questa corsa rievoca lontananze, lanterne fioche disseminate lungo la via, segnali per viandanti persi nel respiro meditativo. Le mutevoli ossessioni, a poco a poco, si affievoliscono in ricordi abbandonati sul selciato, troppo pesanti per essere portati. Con l’attenzione, torno al bus, che ora avanza verso le vallate fendendo gallerie.

Le lingue si mescolano nella cacofonia dei suoni, rimbalzando tra gli ambienti e il trascorrere della strada, dopo dodici ore di viaggio. Anche la mescolanza degli odori – tra cibo scartato e sudore – identifica provenienza e status. Parole leggere si intrecciano per alleviare la stanchezza, mentre guardo verso l’arrivo. Incontro il mio cielo particolare, con nuvole significative annotate dall’ebrezza fantasiosa. Oggi che non piove, l’aria resterà pulita prima di ingrigirsi. Rimango al mio posto, senza un lamento, osservando dal finestrino la pianura padana, che non sembra essere scossa dagli eventi sentimentali delle masse che, spostandosi, creano a volte disastri. In controluce, mi pare di scorgere una natura pronta ad agire.

Sono pronto per una riflessione che, con tenacia, mantiene unito il mondo inventato dai filosofi. Senza costrutto non rimane nulla che sorregga il senso della carne, divisa da ciò che la circonda. Sono rimasti per strada coriandoli ormai orfani dalla festa, mentre alle porte si annunciano altre ricorrenze. In questo susseguirsi, qualcosa si inceppa; non torna il senso della successione, apparendo il tutto come un sempiterno presente.

Mi pare un tentativo di stare dentro alla secolarizzazione del pensiero, mentre la scienza ci ha già portato in un altro universo. Si cerca invano di fare finta di niente, ma intorno il paesaggio è cambiato. Le cose sfumano lentamente in altro, emergendo dal fondo nullificato dalla cecità umana. Nella ripetizione delle ricorrenze, per esempio oggi è Pasqua, tra nuvole, pioggia e sole.

La conversione verso la fede rallenta l’ineluttabile e trasforma il sapiens in guerriero, come se nella fede di un bagno di sangue potesse sorgere una visione più nitida del mondo. È così che vanno le cose? Morire per rinascere? Soffrire per poi essere contenti? Disumani per poi umanizzarsi? Le parole che si formano sono oggetti o significati? La Terra è un riflesso oppure qualcosa di concreto?

Tra un augurio e una buona giornata, tra le sinuosità dell’intimità, cerco gli amori della vita.

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