La ripetizione è una linea di basso nell’armonia di una canzone che proviene da lontano, un eco capace di disperdere la nebbia. Si presenta sul filo di un ricordo nostalgico: qualche lacrima scivola silenziosa, tra la punta d’orgoglio e la voglia di lasciarsi andare. Ritorno spesso a quel punto in cui credo di comprendere qualcosa, che immancabilmente sfugge via come la rugiada nel tardo mattino.
Le parole lette scorrono davanti ai miei occhi come costruzioni solide, regalandomi una stabilità nel caos degli oggetti. In questo frangente, molte voci gridano, ma nessun senso sembra trasparire all’orizzonte.
Per un attimo, una perturbazione dell’animo ha portato con sé un invecchiamento simultaneo, un peso che grava sulle cose intorno a me. Il resto di un pasto sotto il ponte della carità mi guarda con occhio umido. Il traffico continua indifferente, l’aria è densa e le luci notturne brillano pericolose, accecandomi e rendendo difficile trovare un momento di pace. Tra un turno e l’altro, la voglia di rimanere fermo, senza scopo, a fissare il nulla, torna a farsi sentire. Il lavoro, che si prende la maggior parte del tempo, non chiede permesso; si insinua tra i flussi delle conversazioni, come un intruso silenzioso.
Le finestre sul pianeta sono libri aperti: un invito a una lettura emotiva tra i bivacchi degli scrittori, inconsapevoli mutaforma della storia. Anche per me, che non desidero stare nel corpo, prendo la via della parola, che diventa paesaggio e dialogo con i sentimenti esposti nell’immaginario. Da terra, guardo oltre la linea della frontiera; il cielo si presenta come un telo piegato dal vento. Sullo sfondo, sagome vibrano e si liberano dal contorno del concreto, per ritrovarsi nel campo metafisico di una partita giocata tra mortali e dèi. Chiudo o spengo un libro nel chiostro, dove le foglie cercano la luce.
Giro giro tondo, giro sempre in tondo: un pensiero che si aggroviglia su se stesso, senza via d’uscita. Ci si sente inermi di fronte a una risposta che non arriva, o, peggio, quando si prefigura l’impossibilità di un punto d’arrivo. Ci sono momenti in cui tutto vacilla dalle fondamenta del significato, un terremoto che scuote il senso esistenziale di trovarsi nel flusso della realtà. Le parole possono diventare oggetti concreti e scontrarsi con la carne, ferendola. Un muto mondo affiora dai quadri dei pittori e si spinge oltre la tela, oltrepassando il colore e solcando il palco del musicista, trasformando il suono in attrazione.
Sulla cresta della corrente, i tronchi scivolano a valle come pensieri che si insinuano nei paesaggi locali. La brezza leggera risveglia una lontananza in forma di miraggio che, tra le mani, si scioglie e svanisce. Sono giorni che rimango fermo nell’interrogativo su ciò che si deve fare. Ma a volte, nessun segno premonitore si fa avanti per una sollecitazione, e si rimane in un abisso di solitudine.
Le nuvole giocano con il cielo nell’arte del trasformismo, intrecciando una trama di drammaturgia, in omaggio ai sognatori che attraversano il mondo con lo sguardo rivolto verso l’alto, senza paura delle pietre d’inciampo. Le stanze, spogliate dalla furia della violenza predatoria, riflettono una volontà cieca mirata alla nullificazione della storia. Questo lascia individui inermi, privi di identità, facilmente rastrellabili nelle file ubbidienti della servitù.
I giorni passano seguendo il destino della corrente, diretti verso il mare. Una vita priva del presente si proietta in un prima e in un dopo inesistenti, e per questo vacui. La costruzione di una verità imposta dall’esterno definisce il tempo come nostra intimità. Certo, l’interrogativo prende le cose a portata di mano e non sa andare oltre; così, il campo ristretto della riflessione diventa il limite del decidere.