Stramazzato a terra e inghiottito dall’oscurità, il viandante chiude gli occhi per non scorgere la voragine che si apre dentro le proprie viscere, confondendosi con l’esterno del baratro improvviso. Il sogno si spegne sullo spavento, con un sussulto nel ritorno alla realtà. In coda alla cassa, ripenso alle mille volte in cui alcuni gesti si ripetono, accompagnati da una musica fastidiosa e continua, rendendo i supermercati inospitali: giusto il tempo per soddisfare il bisogno quotidiano di sofferenza dell’umano. Poi, ognuno a casa sua, per chi ce l’ha. Montagne di scarto accompagnano questi luoghi, seppellendo ogni possibilità di sopravvivenza per un vegetale.
La luce discorsiva si srotola come un papiro, svelando il racconto di una terra lontana. Racconta di come gli eroi balzano da contea a contea, attorno al proprio raggio di vita. In questo movimento si creano le opere sentimentali di cui le persone si nutrono. È il fascino emotivo del rivivere dentro di sé l’eroe che vince sacrificandosi. Alla fine, la storia è formata da pochi, rispetto alle moltitudini che si sono succedute. Nei pochi, la trama continua ad essere scavata e fertilizzata. Un libro scolpito nelle tante opere depositate nei musei, in cui dare una forma di senso piuttosto che un’altra.
Torno sempre al punto in cui comprendere diventa sofferenza e non gioia per una pagina svelata. Il frutto amaro della consapevolezza dissolve il dubbio, avvicinandoci a una migliore comprensione del mondo degli inconsapevoli. Il contrario del contrario è esattamente l’ordine in cui stanno le cose: se ci si incontra, in realtà ci si scosta; se ci si parla, in realtà ci si chiede di tacere. Le emozioni sono state resettate nella mutazione sociale della fiction, dove il non senso è divenuto senso dell’accordo. Camminando in solitudine lungo una via svuotata dai ricordi e dalla storia, si intravede un filo di speranza dimenticata dagli antichi.
Scrivere è un lento pensare mentre attorno a noi le cose si succedono, una riserva da cui attingere per affrontare con calma le inquietudini. È tempo di carnevale e, in effetti, c’è aria di travestimento. La mutazione in qualcos’altro può attirare la fantasia per un po’, ma poi spaventa, riportandoci nella confidenza del quotidiano. Tra le tante conversazioni che ascolto di rapina, resta in me un imprinting del clima del tempo prossimo. A volte ci si accorge che non c’è possibilità di libero arbitrio: tutto procede secondo una ramificazione di intenti, legati tra loro dal caso in uno spazio chiuso.
La cronaca, dettata dalla carta stampata, è una selezione tra i mille fatti accaduti, molti dei quali già caduti nella dimenticanza. Tra la folla e l’individuo si dispiega una differenza abissale: sono entità completamente opposte. L’individuo e la sua controparte pubblica tendono a comunicare il meno possibile, temendo che la contraddizione tra i loro mondi possa rivelarsi dolorosa. Così, nel tempo, i vari aspetti dell’individuo vivono separati nelle loro case, dimentichi gli uni degli altri. La prospettiva di vita è segnata, quasi predestinata, da clausole che ne determinano il significato. Ma è davvero possibile evaderle, se questo avesse un senso? Tuttavia, il senso sembra trovarsi oltre il mero significato.
Entravi dalla porta principale e subito un guizzo di luce pervadeva i locali, che apparivano tristi per il mio lento rimuginare. Ora tutto rimane cristallizzato nella memoria, fino al momento finale, quando la ribalta spegnerà le ultime luci. Un respiro di sollievo è portato dalla presenza di persone felici che contagiano l’aria immobile. Come tutti i giorni, fatico ad avviarmi ed entrare nel flusso discorsivo delle persone a me care. Ma avviene poi un miracolo: dal fondo mi ritrovo nella scena e sorrido. I gesti, in apparenza i soliti, mi accorgo che invecchiano, come questa casa che richiama a un cambiamento inevitabile.