Luci della ribalta

Da dentro l’intimità, superando le migliaia di cellule, tessuti, vene, organi e i suoni prodotti dalla meccanica organica, mi trovo all’interno di uno spazio solo immaginato, in cui un unico individuo si riflette per se stesso. Per un attimo prefiguro questa possibilità in cui una sola voce sussurra alla vita, senza l’intermediario di un’identità costruita: in, e, con gli altri. Nessuna eco semantica, ma un atto sciolto dai legami, per sperimentare il mondo com’è: nudo e crudo. Nella vertigine di questo pensiero, trastullo il tempo domenicale, verso il pomeriggio, quando il sole molla per aprire la strada a un imbrunire che avanza. Mentre do l’ultima occhiata agli uccelli posati sull’albero oltre la finestra.

All’interno del covo celato dalla sfera di cristallo, il futuro si mescola con gli altri tempi. Mentre osservo i riflessi, cerco di indovinare cosa mai potessero vedere i credenti ermetici. In questa allucinata situazione in cui da sempre lo sguardo desidera cogliere ciò che non c’è, colgo l’espressione spaesata del mio tempo, che, da un lato, mostra un atteggiamento saccente e, dall’altro, si crogiola nell’ignoranza più bieca, quella arrogante e invadente. Penso che ci sia bisogno di occhi che sentano, di orecchie che vedano, di nasi che scrutano l’area, per ormeggiare il pensiero in porti liberi dagli oggetti del mondo.

Un agire drammaturgico mi spinge a esibirmi su un palco che, nel corso degli anni, si è definito nel ritaglio di realtà a me dedicato. Uno spettacolo di marionette cristallizzato dalla ripetizione di percorsi, in cui la libertà si trasforma in fili di rame che muovono la scena e i personaggi. Così si è ridotto il libero arbitrio, relegato a un pensiero che si dissolve nello sfondo di un copione oliato dall’abitudine. Dalle radici da cui proviene la mia genesi, desidererei riformare le gesta e i contenuti della storia; ma gli sguardi opachi e tristi dello sconforto, attorno a me, mi indicano una partitura già impostata.

Luci della ribalta si attenuano nella risacca di un freddo gennaio, che sembra giocare le proprie carte identitarie. Alzo il bavero e ficco le mani in tasca, affrontando un destino quotidiano fatto di persone che non sanno che farsene della realtà, gettando le loro vite in pasto al nulla. Credo che alla fine ognuno di noi prenda una decisione per sé, e trovo ingiusto imporre condizioni anche se con l’intento di far del bene. Ogni individuo vive i propri traumi, e la loro intensità è proporzionale alla capacità di affrontarli. Così, alla fine, quasi tutti noi abbiamo una possibilità di cambiamento.

Nelle ore scandite dalla riflessione, per un attimo si sospende il ticchettio delle lancette. All’interno della riservatezza dell’ombrosità si può percepire il tesoro che di solito rimane nascosto. A volte passo un pomeriggio alla deriva, immerso nelle parole mai dette o in paesaggi senza nome. Tuttavia, il consueto chiacchiericcio finisce col prevalere sull’estraneità, riportando le dimensioni della realtà a portata di mano. Un velo di tristezza mi pervade al pensiero dell’enorme macchina che macina il tempo in un’unica direzione per noi. Così, disillusi e docili, ci lasciamo frangere sotto il cielo di sempre.

Ti guardo passare e rimango sospeso tra il respiro e un cenno che non arriva. Sullo sfondo, una casa che appare familiare ma al contempo sconosciuta. In un intervallo indefinito, un velo cala sulla luce del mattino, la quale, dal canto suo, cerca di richiamare ai doveri. Da qualche parte, esiste un interruttore che potrebbe avviare questo fermo immagine, capace di soffocarmi. Suoni e canzoni del passato echeggiano per un attimo nella mia sfera cosciente, irrompendo con un’emozione nella stanza che, da un po’, si è trasformata in un universo.

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