Oltre la strada

Si intravede sopra la cresta un leggero vento che solleva l’umore cupo del presente. Sono echi di voci sbiadite e sussurrate, che improvvisamente si fanno spazio nei discorsi già avviati. Un discorso che cerca salvezza e ricomposizione di una fede verso l’animo buono dell’agire, del pensare e dell’incontrarsi. Conto i pochi averi rimasti, come spiccioli per una sopravvivenza incerta. Ormai profughi in tutto il mondo, non è rimasta una casa per la maggior parte. Esuli anche dal proprio corpo, divenuto merce di un mercato miope. Mietitore di anime in attesa del giudizio, quando ancora si abbatterà la catastrofe globale.

I rifiuti si accumulano per strada e nei cortili, simbolo di un tempo caratterizzato da una tempesta di violenza senza senso. La povertà spirituale ha reso gli esseri umani orfani di un rispetto autentico per la vita, conducendoli lungo un sentiero mortifero avvolto nell’oscurità. Questi sono i momenti che preannunciano tempeste destinate a placare il tumulto del vuoto, che spinge il significato del mondo a ridefinirsi in una nuova configurazione.

Osservando il mio contesto ristretto, oltre la strada, i miei occhi si posano su volti che interrogano il nulla. Chiedo, senza pronunciare parola, di essere ascoltato da quei piccioni che, indifferenti, si muovono avanti e indietro in spazi dove io non posso accedere. Desidero un racconto di un paesaggio visto dall’alto, intriso dei colori di un inverno appena iniziato. Stanco di questo continuo osservare, rifletto sulle cose passate, che da qualche parte devono pur essere riposte. Un mare di ricordi irrompe nel presente, cambiando il corso del tempo.

L’infinito si fa protagonista, congelando la direzione del divenire in uno stato di fissità. Per un attimo riesco a immaginare tutto questo, ma poi un raggio di sole filtra, fugace, tra il grigio e la terra, riprendendo il suo viaggio intorno a tutto il resto. Tiro le tende sulla tristezza e sull’incomprensione che scorgo negli sguardi della maggior parte.

Il volo di una mosca nel tempo invernale appare assonnato e a tratti come se si addormentasse per non partire più. Così anche la mia motivazione se ne va a zonzo, un po’ incerta sul da farsi o sul non fare niente. Rispondo alle domande che risuonano nella stanza vuota con parole mute. Il silenzio lascia il sibilo degli spifferi del vento esprimersi in libertà e, come fantasmi, a volte riescono a muovere la realtà. Penso a tratti per scaldarmi e non lasciare che la coltre del gelo mi porti nel suo grembo.

Leggo qualche articolo dal giornale, girovagando per il mondo inquieto e feroce. L’umanità pensa di governare un mondo che non comprende, in cui non è in sintonia. O forse è proprio la narrazione a non essere in empatia con le cose della realtà. Le persone singole vivono da un’altra parte rispetto alla loro rappresentazione. Da qualche parte, una festa allieta delle famiglie che si distraggono da altri eventi in cui altre famiglie sono minacciate. Un’unica storia riempie il reale; ciò che cambia è dove la memoria rimarca gli eventi e dimentica altri, in un’alternanza del caso o del destino, oppure della fede.

La sera è un richiamo per appartarsi alla luce di una lampada, riflettendo sul fiume di pensieri che hanno invaso durante il giorno le forme solide. È una risacca che attenua la presa sul senso e per un momento mi lascia libero di non essere. Una sensazione che sfiora il confine della paura di perdersi, verso sentieri che portano sempre più lontano da casa. Come al solito, un vociare invade il silenzio, spezzando il cordone dell’infinito. Altre parole si riversano nell’ombra tracciata dalla luce artificiale, ricostruendo i suppellettili e riposizionando lo stato di fatto.

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