La culla da cui guardo scivola nel viaggio tra le stelle e lo spazio vuoto dove si creano le costellazioni della fantasia. Un bambino è sempre in transizione tra le varie forme dell’essere, con la capacità di anticipare in forma intuitiva ciò che potrebbe diventare. Parole che si toccano poi si scostano in una ricerca di senso che è sempre data. Un prima del prima originario che non si affaccia mai, permane nascosto nei preamboli della fede. Una inutile speculazione che riporta alla indeterminazione e alla ruminazione sulle continue possibilità di configurazione del possibile. I camminamenti dei meditativi lasciano piccole tracce che germogliano nel silenzio senza parole.
Ovunque si irradia la luce, mostrando il mondo, così aprendo le possibilità di conformazione infinite del senso. Una stretta di mano permette un sodalizio che nella catena delle complicità costituisce una Nazione. Restiamo silenti quando il giorno cala sulla sfera dell’ombra della sera. Aspettando con garbo che la magia ci porta qualcosa alla nostra mensa. Sono piccole riflessioni le gocce di sudore che cadono nel caldo evaporando, ma informati dal vento che una perturbazione sta arrivando si calano le serrande alla novità dell’uscire fuori. Nell’interno del ruminare stanno le parole che acquietano l’angoscia.
Gli articoli del giornale quotidiano scorrono sotto l’occhio ancora assonnato, dalla carta simulata sullo schermo le parole saltano per la stanza e dentro alla testa. Alla fine alcune frasi di senso si compongono nella mare delle mille informazioni alla rinfusa. Come al solito alla fine un discorso che già era lì in attesa si forma confermando un ego che vuole rimanere fedele a se stesso. Attraverso la calura estiva sopraggiunge un pianto di un bambino e l’affanno di un cane in una immagine che riempie il quadro già dipinto dalla mia mente. Appendo alla parete i sogni così come vengono con le code delle sinfonie che permangono nella memoria.
Lo scioglimento delle cose sotto il caldo rimanda ad immagini del surrealismo mentre da dentro il corpo le cellule si agitano cercando il refrigerio. L’ombra che di solito passa ignorata dai più, ora diventa meta di pellegrinaggio ed osservata nella sua timida presenza. Anche l’ombra interna all’ego sembra voler dire la sua, e frammenti di oscurità escono dalle sentine macchiando la tela del mondo di senso maligno. Accendo la piccola lampada di fianco al letto per diradare l’oscurità, ma gli occhi non vogliono guardare e ricomporre gli oggetti per cui resto senza ombra né luce.
Le intenzioni per scrivere riflettono un atteggiamento per cui una certa parte di me vomita una necessità di vedersi riflessa nelle parole. Per altri il semplice rapporto con lo specchio potrebbe bastare, ma per me che non riconosco chi appare nel riflesso: non ho alternative, altrimenti andrei incontro alla deflagrazione schizoide dell’ inconsistenza. Le persone arrivano ogni giorno e raccontano un mondo lasciando nell’aria una consistenza che stratifica una direzione del tempo. In questa messe si può cogliere di volta in volta frammenti che diventano parte della nostra biografia in una composizione che ci estranea a noi stessi.
Lampi di luce tra le tende tirate come forma di riservatezza in un mondo che già conosce i pensieri di tutti. I corpi che limitano il senso del procedere per cui inevitabilmente si guarda in una direzione per volta. Quindi guardo tra le cuciture il riflesso che piove direttamente nella parola annunciata. Come è possibile stare prima dell’apparire senza ancora nulla su cui dire qualcosa. Il ricordo non sottrae nulla all’esserci già ancora prima che si possa identificarsi in quel particolare corpo. Continuano a filtrare i fotoni tra il fuori e la mia indolenza sdraiata sul divano come un manto di città invecchiata.