Restano solo una fila di pupazzi nell’ombra della sera quando i suoni della città ammutoliscono prefigurando violenza. Sono periferie inquiete in cui si scatena la rissa per parole non capite o semplicemente con pretesti iniqui per agire la sopraffazione. Non che la violenza è stata estinta dalla democrazia, è stata solo sopita dal gioco del prestigiatore che ora si rende inutile nell’era del tutto esposto. Tutto ora diventa più faticoso e pericoloso senza argini e protezioni di senso culturale. Da dentro il cuore si ode il ringhio della sofferenza che sia data o che subita porta il segno della fine di un sogno.
Mi duole costatare che l’aria che tira è ombrosa e povera di entusiasmo, manca lo spirito primordiale dell’alba inaugurale. Una vera pagina bianca da scrivere con novità esistenziali senza l’ inutile ripetizione dei vecchi slogan polarizzati e stancanti. Urla da oltre il segno del limite segnato dal tratteggio a matita, un disegno dal profilo rivoluzionario mi rispecchia nell’amore che ho per te. Di fronte a questa pessimistica rimembranza della passato che ritorna come un futuro prossimo si spegne l’eco del presente. L’oggi che se vissuto sarebbe la migliore delle cose possibili nelle molte versioni del possibile immediato respirando in concomitanza con le nuvole sopra la testa.
Sopra le mura tra i merletti, si intravede la nuvola dispettosa la quale coprendo il sole per un attimo, rabbuia il selciato. Ancora un attimo d’attesa prima di ripartire in questa passeggiata assonnata dalla stanchezza pregressa. Mi piacerebbe avere un mare all’orizzonte, ma oggi mi basta socchiudere gli occhi alla fantasticazione della prospettiva. Giocare con i ricordi come un Lego da montare e smontare a piacimento in un’ottica educativa. Se a volte la libertà è seriamente minacciata, allora il sogno va valutato come mondo vero in cui aprire l’orizzonte delle proprie aspirazioni. Non lasciarsi cogliere alla sprovvista dai sicari del fascismo i quali vivono sulle disgrazie e ignorane altrui.
Non di meno da altri mi aggiro circospetto ingrigendo sotto la torrida illusione dell’estate. Quasi una vacanza il volgere verso la direzione delle colline che appaino ancora sbiadite all’inizio corsa. Sognando un prato che sia mio in cui poi sdraiarsi per una infinità di tempo. Suoni e richiami tutt’intorno con sgambettare d’insetti curiosi ed invadenti, ma nulla smuove il restare fermi nella condizione dell’ infinito. La vacanza è questa strana poesia di un pezzo di terra che non ho, ed ancora lontane sono le dune collinari dei mie sogni.
Svanito a me stesso non so darmi un nome in questo baluame di razze e affermazioni d’identità. Una pervasiva scure d’odio avvolge le istanze di predominio aizzate dai ricchi proprietari della terra, che liberi dalle appartenenze di popolo possono uccidere chiunque. Non resta che schiavare i colpi consapevole che prima o poi la mazzata arriva. In questo cielo gioco la mia finitezza che ora al crepuscolo mi viene voglia di insegnare qualcosa. Le parole svaniscono come uno sciacquio d’acqua tra le mani mentre dallo specchio qualcuno guarda qualcun’altro e non si incontrano. A volte il dramma inizia e si spegne in un nonnulla.
L’isola circondata da intenzioni malevole stretta tra le correnti che hanno chiuso il passo agli stranieri. All’interno monoliti riverberano il suono e la luce in modo da aprire stanze segrete per i pensatori autoctoni. Un nascondiglio per l’antico che attende di essere colto come un frutto. Sono le immagini che mi ritrovo a guardare mentre mi difendo dalla usura delle consuetudini. Da sempre cerco di scansare il ripetitivo, ma sempre più m’accorgo che è strutturale con il corpo. Non posso staccami gli arti senza uccidermi e così accetto che viva e sia vissuto.