L’estate del marinaio

L’insolita questione dell’ansia: o angoscia, o terrore, o qualsiasi emozione che blocca il respiro; in cui il vivere diventa pena e sottomissione ad altro non ben delineato ma incombente. Sul treno sociale sfrecciano tutti negli scompartimenti designati dall’occulta mano del senza nome e senza niente. Cerco di sbrigarmi perché in mezzo al crocevia rischio di rimanerci in eterno sospinto da varie correnti contrarie e oblique. Quindi il tema è l’angoscia che è anche ansia ed il tutto ha a che fare con l’identità che si squaglia nella continua rincorsa alla prestazione.

Siamo perennemente immersi nella liquidità delle relazioni conflittuali. Questo perché è nel conflitto che si basa tutta la costruzione del sistema sociale. Un flusso di scontri verso il mare illusorio del premio che permane a equidistanza dalla corsa tra nascita e morte. Generazioni di sbandati verso una concezione del tempo che incastra in una finitezza causale senza scampo. “Un mondo di ansia respira attraverso il cielo terso della sera, un mondo d’angoscia respira tra gli sguardi sospettosi che non lasciano passare la compassione”. Alla fine le strutture del vivere hanno modellato un costrutto invivibile che difficilmente è modificabile dall’inerzia dei molti.

Le vie da seguire in apparenza sono molte, ma poi nella pratica è una soltanto. Un cammino già scritto, ma cancellato in cui il segno si incunea nel vecchio tratteggio. Forti nell’essere giovani non si fa caso al ripetersi del gioco, il rinascere fa sembrare le cose come novità assolute, quando invece stavano già lì da prima. Poi quando la stanchezza cade d’improvviso le cose diventano indifferenti e piano si muore senza portarsi alcun ché oltre il respiro. Mi descrivo in queste cento parole ogni giorno senza mai incontrarmi veramente, mi devo accontentare di essere incontrato ed attraverso lo sguardo altrui vedermi.

Ho di fronte il mare, su cui non posso camminare come vorrei fare per ascoltare dalle profondità la vertigine dell’assoluto. Non ci posso camminare perché ho paura e basterebbe non averne per rendere tutto possibile o quasi. Ancora prima di esplorare siamo già naufraghi dal toglimeto dell’oscurità che sovrasta ciò che appare. Come cechi ci si addentra lungo il filo che mantiene la lucidità dell’esistere e la compostezza di essere qualcosa piuttosto che niente. L’estate ha colori intensi anche con il cattivo tempo, tutto appare più esposto in evidenza alla sorgente della compressione fino quasi all’ubriacatura.

Salire e scendere le scale, percorrere corridoi, aprire e chiudere porte, ed alla fine riposare sulla ringhiera buttando lo sguardo oltre il limite. In tutto questo sembra che ci sia una sconnessione tra chi fa le cose e chi è portato a farle. Un pensare che è prima del fare ma che già è un evento coinvolgente. Fermo sulla balaustra ho la sensazione che tutto sia vapore che lentamente se ne va, non lasciando nulla dietro di sé. Una poesia decantata, frammentata e poi dimentica nelle pagine chiuse di un abbandono. Finisco per riaprire e chiudere una porta ascoltando i mie passi che si allontanano dal pensiero di me.

L’eco della politica si propaga dai soliti canali d’informazione come un racconto del passato inerte e già morto. Un sentimento di buone intenzioni dentro alla dualità delle cattive intenzioni, sempre in bilico tra ammirazione e schifo, tra giustizia e ingiustizia. Ci sono solchi profondi tra persone che vivono ed il racconto che si fa di esse nell’astratto delle idee. La carne viva senza le parole può ancora creare la meraviglia dell’arte in qualsiasi momento, ma è condannata al silenzio delle spiegazioni che ormai hanno preso il sopravvento sugli eventi. “Al di fuori della parola il mondo continua ad esistere senza uomini e donne”.

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