Parlo con sassi maturi che viaggiano di notte nascosti nell’ombra. I quali durante il giorno rimangono immobili alla luce assaporando le storie che li attraversano. Nel fluire pacato il susseguirsi dell’ eguale è la meta della coscienza che riposa sulla propria presunzione d’esistere. Cerco come al solito di diramare quelle parole che restano incastrate nella mielinizzazione dei nervi come un trombo. Un singhiozzo inconsulto nella trama placida dei senza tempo i quali lentamente rimangono nello stesso luogo sorridendo della mia sincretica attitudine a mescolare il tutto. Da qualche altra parte avanza una nube scura che rispolvera il vecchio sentimento inclinato dalla modernità che insinua una triste melanconia.
Fluttua la temporalità come un leggero baco da seta nella filigrana del tessuto della luce. Ho una visione sgranata della trama che si snoda davanti e dietro ed in ogni luogo che ancora non percepisco. La descrizione oggettiva ci ha reso oggetti di una semplificazione che ora come una maglia in ferro resiste ad i cambiamenti. Per violare i preconcetti ci vuole un sforzo tale che alla fine si arriva moribondi all’approdo. Rimetto nel panno il senso di colpa per avvolgerlo come reliquia e portarlo a spasso tra le rovine di una città abbandonata che avvolta dalla nebbia si annichilisce sotto il sole del mattino.
I termini per indicare si confondono tra la formalità e la corporalità in continua dicotomia bipolare. La straziante situazione di continua dilaniazione della carne irrompe nella quotidianità alterandone le possibilità di visione. I volti giudicanti esposti nelle bacchette della strada testimoniano la cruda essenza del mortale che cerca un dominio nonostante la debolezza della sua natura. Attraverso il guado mi oriento per continuare il pensiero che sempre più si arriccia su se stesso. Non bastano gli occhiali a darmi una possibilità visiva sull’orizzonte che in apparenza s’allontana ma che in realtà tra poco mi spezzerà le reni annientandomi.
La veste dell’educatore ha i colori tenui dell’acquerello per confondersi con tutte le possibilità espresse dall’altro. Un vincolo per la paziente arte dell’ascoltare lasciando che la corrente scorra senza intoppi. Un mestiere che non porta dote ma una invisibilità verso chi è destinato a fiorire per crescere. Dall’altra c’è anche un addestrare e modellare in cui prevale la figura dell’educatore a scapito di chi dovrebbe crescere. Un truce modellato che risponde all’architettura impostata senza remora al fine di mantenere dogmi del sistema sociale.
Ancora risuona da lontano la campanella della scuola in uno stralcio dal passato all’oggi mentre il mondo appare. Disorientato stringo il pugno artritico e…il presente invade tutto lo spazio possibile. Rifletto con fatica sulle ceneri del fuoco della sera passata, quando anche la nostalgia dell’imprecisato si è sciolta in un leggero sonno con sogni in bianco e nero. Sento la vicinanza dei sentimenti che si avvolgono al corpo come vesti alla moda antica. Riandando ad esplorare le parole che molte volte dette hanno di volta in volta cambiato il significato. Chino ora il capo per il saluto a tutti gli antenati che hanno costruito il volto della compassione.
La sostanza effimera senza volto che si espande nei contorni per colorare il significato delle cose è traditrice per natura non possedendo moralità. Il continuo rinominare lo stesso in un diverso scompiglia il corpo in una continua attesa della minaccia. Sono agitato in questo lasso di tempo in cui avvengono le azioni sconosciute adombrando il senso comune della frugalità. Chiamo da oltre la parete un sentimento che mi possa acquietare o un libro in cui scivolare lungo l’apertura ad altri lidi spazzati dal vento passionale. Il latrato del cane del vicino rinsalda l’appartenenza a questo luogo e mi ricorda una tazza di caffè.