Linee incise nella terra portano ad un sentiero impervio sulla costa di un dirupo da cui si apre una vasta distesa di verde e suoni dal vento. Ascolto in cuffia la canzone degli anni passati in cui si contestava il vecchio che ora sembra il nuovo. Piccole falcate nel terreno molle dalla rugiada seguendo la possibilità dell’affanno che si stringe intorno al corpo non più flessibile allo sforzo. Vorrei trovare un tesoro per strada ma vengo attratto dagli ostacoli e dalle conflittualità che a pioggia di parole cade sulla pelle rendendola avvizzita e screpolata.
Ricordo di chiamare in soccorso una voce consonante che possa ristorare questa corsa mattutina. Nelle pagine scritte si susseguono i solchi vuoti della riflessione incantando lo spazio con immagini colorate ad effetto con le illusioni spianate nel divario tra un io e l’altro nella diatriba infinita che qualcosa ci sia nel mezzo. Le chiese si fanno sentire da lontano e condividono l’ombra della guerra che ancora investe la totalità dell’umano. Alla fine il nostro tempo è nel segno della morte come distruzione e annientamento, un significato diverso non viene preso in considerazione, e sebbene la scienza guardi la natura come esempio non ne sa cogliere lo spirito.
Chiari scuri penetrano dalle finestre fino all’ intimità riservata agli sguardi familiari in una epoca persa tra le tante altre, così che la sequenzialità come in un continuo progresso viene confutata. Le briciole sparse nel chiostro della conoscenza risultano amare per un umano abituato al glucosio ed ad una grassa indolenza da tecnologia. Sono solo alcuni tratti tratteggiati di una descrizione che nella riflessione meditativa sorge informe con aspetti atonali. Il gioco della improvvisazione segue delle regole che nello stesso tempo cerca di negare, come nella filosofia che se qualcosa appare è necessario che lo sfondo non sia.
Chiaro scuri nell’umore avvinghiato all’ipotesi di un amore per tutto. Strani giorni si susseguono mentre la vita scivola lungo la china tratteggiata dal ricordo del primo incontro inanellato a tutti i successivi. Parlo a me stesso lungo le vie bilaterali dell’illusione come ospite un un circo sotto l’acqua battente da giorni dopo la siccità. L’animosità dei comici si batte per il bene dell’umanità di fatto rimasti gli unici baluardi dell’ironia per miserie inenarrabili. Ora che sono al limite estremo della pazienza lo stridore del traffico mi ferisce nel profondo, un’assalto di invasati alle fragili strutture degli organismi che attendono di ricomparire dove sono sempre stati. Il pittore viandante lascia uno schizzo in nota al percorso che atri dopo di lui percorrono, un colore con molte sfumature a rimembrare che le emozioni sono infinite nel cuore che vive.
Da sempre la solitudine accompagna chi sente la catastrofe prima del tempo così che persi in una visione che nessuno vuole perché a volte anche l’inconsapevole vuole restare tale. In questo gorgo di consapevolezze differenti si gioca la danza che si impone alla fine come unica in un finale magnificante in cui la vetta è un baratro dai contorni scuri sovrastata dall’ aurora boreale. Siamo tutti prigionieri di un qualsiasi gesto che mano a mano si insinua nelle abitudini quotidiane e ci rende un valore di appartenenza.
Una costruzione che basandosi sulla ripetitività si fa storia incantandoci come se fosse uno spettacolo esterno a noi, ma chi può dire la differenza tra un fuori e dentro. Quando la febbre dell’oro ha colpito gli uomini è avvenuto il tradimento verso la natura umana in una corsa della volontà ad essere altro da sé, un nemico del discorso naturale in cui il mondo è soggetto del tempo non le singole costruzioni. Il monito resta presente nelle rughe delle distruzioni ma niente sembra poter fermare l’odio che le persone hanno di loro stessi.