Camminata lenta

Un guasto nella sequenza dei fatti e tutto si inceppa, macchiando la liscia coltre bianca del divenire. Ascolto con pazienza le parole che nell’aria si esprimono, ma: “continuo a sentire che il silenzio sarebbe meglio”. È una giornata con il sole ed il chiarore è straboccante per gli occhi che ostinatamente desiderano la cupezza dell’ombra o la tristezza di una nicchia scura. Incerto vago da dentro a fuori lungo le nervature che separano il corpo dall’aria, seguendo il richiamo degli animali estinti, che inabissati nell’oblio aspettano di ricomparire nella scena della storia. Nella “bassa”: così viene chiamata la pianura avvolta nella nebbia, che rischiara là dove lame di luce brecciano il muro che custodisce il solitario. In attesa dei suoni che evocano le forme tra i campi bianchi di brina. La sinfonia del giorno si chiude nel mesto ritorno a casa. Riacchiappo la lamina di luce che mi sveglia nel mattino per serbarla in dono durante il giorno. É sempre più complicato comprendere le parole che vengono esposte come tavole sulle pareti dei vicoli. Incrocio gli sguardi mantenendo un contegno dignitoso ma non capisco nulla di ciò che sta da una altra parte. Mi perdo dietro agli omicidi quotidiani che da sempre vengono raccontati con dovizia di particolari, ma appunto per questo appaiono sconosciuti e restano anonimi sulle coscienze altrui. “Va bene il racconto esasperato ma fino ad un certo punto”. Ma poi l’aria attorno diventa asfittica dipingendo il mondo nell’oscurità grigia della catastrofe imminente. Ci vuole una piccola sveglia alle coscienze pigre in modo da ridestarsi dal giogo del facile slogan o del permanere in vita sulle battute ripetute giorno dopo giorno. Scivolare via senza mai immergersi in sentimenti troppo profondi alla lunga stanca e fa invecchiare in modo brutale e stupido. Il conteggio delle cose perse si sfuma nel percorso della superficialità in riva al mare indurito dagli scarti che ormai sovrastano il ricordo di come dovrebbe essere. Il nostro giorno scorre anonimo tra i tanti in parallelo formando quell’apparire che evidenzia il costume culturale delle relazioni. Vari travestimenti dipingono le strade affermando identità e credenze, oppure rimarcando schiavitù. I giorni della “merla”si avvicinano ma ancora siamo lontani dal freddo dell’infanzia in cui era possibile pattinare nell’acqua stagnante sulle suole delle scarpe. Nella terra di nessuno la discussione si accende per riscaldare il fiato e tratteggiare alla grossa il senso del dove andare. Il mito del grande timoniere che guida da qualche parte è una rassicurante modo per interpretare i fatti, ma se non ci fosse un comando? E se tutto girasse nella casualità imperante, cosa resterebbe della nostra fonte di sicurezza? Defunte le speranze non resta che il divino. Ora dalla finestra appare il richiamo della città che non può fermarsi a disquisire se la fine è vicina o lontana. La città macina calore e energia senza sosta adempiendo al proprio dovere. Si parlano mentre camminano andando incontro alle incombenze della giornata, una luce riscalda le facciate che di volta in volta prendono forma mentre le si guarda. Biciclette nel traffico frammentano la velocità in una andatura lenta e forse più riflessiva. Se per un attimo tutto rallentasse lo sfondo d’abitudine cambierebbe e con esso muterebbero i nostri sentimenti, smussando le spigolosità degli sguardi che probabilmente diventerebbero profondi e ospitali. La divisione che con la proliferazione dei nomi ha riempito le memorie ha lasciato sul terreno della sconfitta l’atto che in sé ci racchiude tutti in una fratellanza di similitudini. Il camminare piano respirando le immagini che appaiono appena oltre il nostro incedere fa sì che non appaia la divisione tra un interno ed un esterno, permanendo nel respiro uguale al respirato.

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