Nuove e vecchie schiavitù

Attraversando la notte di corsa alcune idee cadendo e si perdono negli angoli bui della stanza, che…senza confini sembra una piazza. Mi ricordo dei visi del giorno che ora porto nella memoria in versione bianco e nero, adunanze fasciste si formano per pura ignoranza verso un tempo che non possediamo più. I piedi si muovono da soli paralleli ad un selciato solido, o per lo meno con una parvenza stabile per un animo perso in sussulti della pazzia. Chiamo a voce alta: ehi! Voi esposti alle intemperie ed al suono della tromba dell’inverno, in quali mani mettete la vostra vita? Risposta: in nessuno perché le ragioni dell’abbandono sono accurate al punto da essere insormontabili, ed il freddo rallenta ogni velleità di cambiare le cose in altro, meglio un orizzonte sotto il naso che speranze oltre la siepe della lontananza. Rimango accorto verso i segnali che da dentro mi spaventano come di un ticchettio dell’orologio in procinto di fermarsi. È da fuori quella chiacchiera inquieta che prepara alla polarizzazione delle opinioni pronte a diventare cazzotti in faccia nella paludosa sostanza rabbiosa. Capire il vento é un’arte del silenzio in cui esercitarsi, ma serve allontanarsi da tutti e questo è complicato se si è ancorati al lutto e alla speranza. Buio e rumore di pioggia nella sera che si estende oltre il quadrante della percezione, forse qualcuno si agita per la strada tra il freddo ed il fondo bagnato. Nuovi e vecchi poveri si tendono nella rincorsa di un posto caldo nella riserva di caccia dei predatori seriali. É una lotta per sopravvivere ed è meglio stare ignoranti in quanto aiuta ad essere più cattivi; e con meno remore a lasciare indietro qualcun’altro. Il sapere per i corpi schiavizzati è diventato superfluo da quando si sono persi nel dedalo delle immagini sovrapposte alla realtà. Racconto dell’avventura che si può fare solo da giovani, quando il corpo non sente acciacchi, dentro ad una piccola macchina, percorrere centinaia di kilometri solo per il gusto di parlare, mentre i paesaggi cambiano. Le sfumature del cielo scivolano via alla velocità dello sguardo, incantando e ammantando le parole di poesia. Percorrere città come luoghi incantati che si lasciano guardare con passione ed invitano a solcare i luoghi nascosti, le viuzze strette dove solo a piedi é permesso entrare. Un saluto ed è già intimità nei discorsi senza mai velleità di possesso, ma complice vicinanza. Un quartiere di Napoli tra discorsi da un balcone all’altro fino a trovarsi a tavola con persone appena incontrate, nei ricordi tutto è in bianco e nero come in fondo sono stati gli anni settanta del novecento. Nella povertà in quei tempi si trova la più raffinata cultura sulla conoscenza dell’umano rappresentata nella pratica della condivisione del poco che si possiede. Solo più avanti i mercanti hanno preso il sopravvento imponendo oggetti ed inutilità come riscossa del valore dell’essere umano. Riflettendo non c’è un meglio o un peggio nel tempo della storia, forse è la storia così come è intesa a non funzionare, anch’essa è frutto di una metafora di come noi pensiamo noi stessi, per cui scivola nell’ indeterminazione del sogno delle persone su se stesse. La luce del sogno che avvolge a tratti il chiarore grigio della realtà delle cose, divide in due la presenza della coscienza all’attenzione del senso del vivere. Nel movimento a tentoni nello spazio si urta continuamente ostacoli che rendono concreto il pensiero e la difficoltà di imporsi alla attenzione degli altri. Quindi svegliarsi al mattino é un capovolgimento del continuare a sognare con l’unica differenza della motilità.

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