In questo sole del mattino, sta dentro una luce abbagliante, che squarcia il velo sul confine della sopravvivenza ed i pensieri colano oleosi dalla pelle sudata dei passanti. C’è un misto di repulsione e attrazione tra i corpi che vacillano nel calore e appaiono sfocati lungo la linea dell’orizzonte. Cerco di parlare ma i suoni si sbucciano sul feltro ed appaiono strani tonfi senza armoniche ed il tentativo del richiamo ritorna in gola e si frantuma nello stomaco come un pianto. Ed è in questo momento che mi rendo conto che sto dormendo in un bagno di sudore mentre il risveglio aspetta all’angolo della strada da cui ha svoltato un latrare del cane nel suo giro quotidiano. Nel dormiveglia i giochi della creazione si fanno bizzarri mischiando l’onirico al fattuale in combinazioni di immagini e suoni fantasiose prima che l’ordinarietà prenda il sopravvento e le coscienze si instradano nel consueto ordine delle consuetudini. Ci sono ricordi che sopravvivono spiaggiati come grassi trichechi lungo la costa della mia identità ed in qualche modo hanno ancorato anche piedi e mani a quella sabbia dal colore della cenere. Vorrei liberarmi per indossare altri panni e sorseggiare paesaggi inesplorati e perdere l’identità come un qualcosa di troppo.
Per strada di notte una coppia litiga in modo da essere ascoltata da tutto il quartiere, i sentimenti buttati oltre il confine dell’intimità in modo da essere raccolti e forse posseduti per il tempo di una riflessione. Mi inquietano quei corpi urlanti che scavando da dentro evocano la precarietà della sofferenza immotivata in quanto nessun pericolo è all’orizzonte, solo futilità di un essere presenti per forza nell’insignificanza del proprio stare. Vorrei quasi dire qualcosa ma anche ciò che mi ripara è anche ciò che mi ingabbia, quindi resto muto come tutti gli altri a sorbirmi una pessima recita della decadenza dell’amor proprio.
Le giornate scivolano sull’asfalto reso incandescente dai colpi di calore intermittenti come se il sole ingolfato carbura scoppiettante. Dalla mia parte vedo visi imbronciati che non riescono più a decodificare il mondo, per questo motivo la maggioranza gira in tondo e parla a vanvera senza mai arrivare ad un dunque. Una nuova addetta risponde al telefono intonando la sicurezza di chi è a conoscenza del contenuto ma passato il contratto svanisce il contenuto con tutte le parole nell’oblio della disoccupazione. Se all’inizio si era sommersi dalle possibilità ora che siamo nella stagione del tramonto il molteplice ha lasciato il posto all’unico mondo possibile. Un colore, un sentimento, un bacio e poco altro per un essere morente diluito tra le cose. Camminando tra le felci risuona l’erba essiccata in una ninna nanna che accompagna il lento rimestare pensieroso delle avventure passate, in un clima festivo che come una calura si appropria del corpo abbracciandolo.