A forza si torna a governare quelle riottose pulci sfuggite al richiamo dell’uomo nero. Egli se ne va in giro con il pastrano tirato oltre la collottola in modo da sembrare un rettangolo senza forma umana. Alcuni bambini si scansano non capendo e notano stupiti un vuoto al centro della figura. In essa un vortice risucchia le buone intenzioni e se ne nutre come carne fresca in questo momento in cui il giudizio dorme. Tutto intorno si assiste alla metamorfosi del pianto in rabbia mentre da dentro il gioco del nascondiglio si resetta con le frasi obsolete che pendono dal cappio del linciaggio.
I molti versi della stessa strofa si snodano da dentro la custodia del pensiero silente mentre camminando mi guardo attorno con fare indifferente. Sembra a volte di cogliere la sorpresa che qualcuno possa sentire il rumore interiore ma alla fine è solo la paranoia di apparire trasparente. La malattia mentale si struttura da un costrutto esterno che raschiando l’identità con un giudizio stridente demolisce l’esame di realtà. È in questo modo che il mulino diventa destriero e il capanno un castello d’assediare in nome dell’amata. Riposo nel parco dove l’attutito rimestare del mondo resta nel sottofondo e “respiro contando” con gli alberi che al momento tacciono.
Lavorare è sempre più dura in questa situazione in cui le menti di tutti vacillano, l’incertezza in tutte le dimensioni ha lasciato nella paura le persone, che reagiscono nei modi più bizzarri. Abitare il presente è diventato un lusso per pochi i quali riescono a scivolare sulla corrente della deformazione corrosiva identitaria. Non farsi catturare dal senso di sconforto in cui le narrazioni che si affollano alla porta premono per entrare. Ma stare un poco in disparte nell’angolo antico dove i vecchi pensatori dell’ontologia pensano: “essendoci nell’essere guardano l’oltre stando nel senso del nulla”.
La poesia si spezza sotto le mani callose di chi fu contadino ma che ora è diventato soldato. Arrancando nella terra le parole escono in parte dal fango per coprire il bordo degli scarponi. Da lontano il verso quasi composto arriva come una nenia melodica a bocca chiusa e si perde quando il tuono del cannone spazza l’aria di polvere malsana. I pezzi di un uomo si compongono nella sagoma nota, ma non è detto che stiano insieme, anzi sembra una marionetta tenuta congiunta da legacci l’ombra che si inoltra nella notte per non più uscirne.
Ritorno al punto con insolita ansia in questo pomeriggio che nel silenzio tra i muri rosati in cui si snoda il traffico dei natanti. Scrivere per scrivere come urgenza dettata dall’ impulso sordo al richiamo ragionevole. Quanti esseri in questo momento si spostano sullo sfondo di un qualcosa innominabile perché impercettibile. Una vacua storia di lasciate e riprese tra amanti inconsapevoli del potere del sentimento che lega più del maglio. Pelle nuda pronta per il sesso mentre la mente cheta rimane in disparte pronta a cogliere il momento di riprendersi la scena. Un balzo oltre la possibilità di sentire finalmente la libertà del vento dentro di se.
Si spengono le luci in sala… e, la musica prende il posto del mondo delle cose. Sciogliendo i legami di senso che nella temporalità sono prigioni. Accarezzo nel posto assegnatoci la mano dell’amata che mi pare eternamente fresca per la mia malinconia. I suoni ci accarezzano la pelle… e, le visioni nelle crepe del reale mostrano quanto ancora è insondata la tela bianca distesa sul cavalletto pronta per la tavolozza dei colori. Continua la musica a diffondersi avvolgente lasciando che l’ispirazione creativa di uno si trasforma nella nostra… e, per una sera il camminare tra le stelle del cielo è realtà.