Dispute guerreggiate. (Marzo 4)

Sono tornato per la solita strada che dal fondo rischiara di blu il tono del passo, e che negli anni si è fatto un po’ incerto…ma saggio. Cammino solitario anche se qualcuno mi parla, in quanto la dimensione dell’aria a volte crea interferenza riducendo la solidità dei corpi in vento. Allora con pazienza la forma dei gesti prende il sopravvento e indica la direzione nella comprensione come ad una rappresentazione teatrale muta. Alcune vie, parcheggi, vetrine, aiuole, alberi, scorci dal parabrezza; sono diventate mie nell’ abitudine che segna con lacrime la lenta incomprensione del tempo. L’imbarazzo verso quel tale o quell’altro in un rossore alle gote sconveniente, mi sorprende quando capita e cerco il nascondimeto. E, se, questo esser timido un po’ mi rattrista, di fatto: fuori all’aperto la battaglia ci ingaggia nel possedere la volontà di resistere, alla volontà di altri desideranti nella sottomissione altrui. La pace è un concetto ortografico di una pausa… a volte una virgola, e a volte con più fortuna un punto, ma le incursioni dialogiche detonano nella piazza dello scontro diventando carne che si rompe. Ho ricordi degli slogan gridati nei cortei, i quali ora mi sembrano suoni ritmici privi del significato lessicale, e per questa trasformazione in musica la battaglia diventa un gioco. È stata la condizione della gioventù a rendermi un battagliero fante nella strada tra anarchici d’altri tempi, dal sapore d’osteria e tabacco misto a rivoluzione. Idee incerte per noi ragazzi che a malapena ne afferravamo una porzione del senso intero. Ma sufficiente per sognare relazioni e mondi ancora inesplorati nella radura opprimente della sottomissione. Dopo notti ramingo in giro tra chiacchiere e canzoni, me ne tornavo sempre a casa con la speranza di un abbraccio che non c’è mai stato, i cambiamenti allargano la faglia tra generazioni anche se non volute, ed è un attimo trovarsi tra sconosciuti. La descrizione della vita in periferia è un lento lamento in cui la gara si contende in primavera con il ronzio delle mosche ed altri insetti, un piatto volgere degli eventi che si stratifica nello spazio tra pranzo e cena. È in questo clima che da piccolo sognavo la rivoluzione mettendo insieme pezzi di lettura e scorci dei discorsi in un mélange colorato e vivace. Poi tra filari di alberi e siepi filavo in bici sulle vie di campagna sconnesse, con il fango proiettato sulla schiena mentre l’aria scorreva come un sogno tra i capelli e i suoni arrivavano in porzioni strutturate in armoniche melodie. Del resto solo un bambino può permettersi di guardare il mondo senza il discorso sul mondo, osservare linee curve dove il dritto è un impedimento allo sprofondare nelle zolle acerbe della pubertà. Capricci impastati con il lievito per il pane nella notte dove i panettieri reggono il regno degli assonnati alle prime luci dell’alba, e cani con i gatti passano a riscuotere il tributo della loro fedeltà. Bambini spersi nei guai degli adulti trovandosi tra di loro inventano frasi in dialetto per non essere capiti e per sfuggire al morso della raziocinio. Ritornano le fiamme per le strade d’Europa in una convulsa agitazione che scuote nelle fondamenta la certezza del progresso uscito anch’esso dall’ultima guerra. In qualche modo sempre guerra e contesa sono in prima linea per demarcare i nuovi orizzonti, e che alla fine con pause più o meno lunghe saranno prodromi per nuove dispute guerreggiate. Quando in bici sfrecciavo nei campi ancora pieni di rondini a picchiata sul loro mare verde, non sapevo nulla di tutto ciò, ma mi bastava il segreto dello stelo d’erba piegato dal peso della coccinella per sorridere.

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