La pedagogia è una palla magica degli anni sessanta imprevedibile nei rimbalzi, per cui la capacità del lanciatore per riprenderla è di balzare con senso di anticipazione. ‘Questa pratica di presa si chiama educazione.’ Mi dico: “chissà perché mi viene alla mente questa figura di fantasia!” Come il senso delle scoperte di nuove strategie possibili nell’insegnamento ad adulti, che vale la pena smontare e rimontare come un motore di un cinquantino, in cui poi il rumore e la velocità non sono mai uguali a prima. Le cose passate e future si mischiano nell’ evocarle in modo da possederle per un momento, ed in questo possedere che la macchina del consenso non funziona, il volere alla fine è una nullità perché nel continuo flusso della trasformazione niente è mai uguale sull’asse del tempo. Certo per il Dr. Monchi la riflessione è fondamentale mentre rimette insieme i pezzi del destino, ma non il destino qualunque…ma il destino del destino, cioè l’immutabile approdo, ma da capo se è un approdo in qualche modo deve essere un approdo a qualche cosa. Il ragazzo disteso sulle braci nel chiostro di fronte al Dr. Monchi disse: “un giorno dopo l’altro ripeto il mea culpa di non fare quello che poi farò inesorabilmente, una smania che sale lungo le vie della connessione che annebbiano il proposito e dilagano nel senso di mandare tutto a ramengo. Il mondo si inclina nella morsa in cui si scivola sulla barra inclinata del perdersi, ed in cui l’unico rimedio è l’ottundimento dalle sostanze psicoattive, non importa se eccitanti o narcotizzanti, l’importante è correre via dalla coscienza o appartenenza al proprio corpo”. Quante volte il Dr. Monchi ha ascoltato questa sicumera cristallizzata in un eterno presente che inchioda ad un processo di invecchiamento senza consapevolezza. Cosa rispondere? Dr. Monchi: “Non ci sono parole…oppure: ci sono alcune parole che ancora hanno il senso evocativo del muovere le montagne; ma…il chiacchiericcio dell’Occidente e ormai anche del resto del mondo sovrasta implacabile ogni buon senso della misura, per cui le parole evocative sono preistoria e non restano che mani nude per spalare i rifiuti”. Oggi è più freddo del solito, e…per via della scarsa pioggia si respira aria inquinata che annebbia le immagini riportando il paesaggio in una veste da bianco e nero come in un lento corteo funebre. La lentezza nel riordinare le idee rende il Dr. Monchi uno stupido balbettante mentre dall’esterno le interferenze assumono i contorni da cani latranti, ed è da quando il peso dei discorsi non trova più una sua collocazione che la nebbia ha invaso le vie neurali. Saltare tra le rive dei fossi in questa apparente solitudine provocata dalla demenza, in qualche modo rischiara il mondo dei ranocchi che gonfiandosi mostrano una strana baldanza, per entrare nell’ora notturna dove cala il sipario su questa storia venuta sbieca e silenziosa per la buonanotte. La febbre non passa per i mocciosi spersi tra le onde del mare, l’incubo dei fondali minacciosi si spalanca ad inghiottire quella poco fiducia ancora rimesta per l’innocenza. Il Dr. Monchi ha un rigurgito per come le carestie si manifestano a chiazze intorno ad isole di benessere. All’interno di queste frontiere ognuno difende il proprio primato con tanto di documentazione scritta e vidimata da togati vidimati dalle sfere della metafisica. La roccia presa dallo sguardo è solo sasso nel giardino di casa, i contorni sono materia dei discorsi lasciati lì nel tempo ad inzuppare di senso una sbirciata di un vecchio triste.