Compleanno

Le pause si prolungano nell’ incontinenza dialogica tra superbi nel momento in cui cade la maschera del più riottoso. Inevitabile il guerreggiare con tocchi e affondi in un balletto che ha il sapore dell’antico, come antiche sono le parole della collera che mai svaniscono in un tetro racconto del divenire. In un banco a scuola da bambino attendevo che finisse, perché nulla mi era chiaro di ciò che succedeva lì dentro, basito ascoltavo parole, che il luogo mi rendeva estranee, solo all’aria aperta ricominciavo a capire. L’umiliazione come un’onda arrivava solenne dalla bocca spropositata e dal suono stridulo della maestra, nessuna possibilità d’evitamento se non accumulare la rabbia in scenari di vendetta raccapricciante. Crescere con il rancore nel cuore è stato un ostacolo ad ogni nuovo incontro, la diffidenza e l’aspettarsi il peggio hanno a volte prevalso sul lasciarsi andare alle oscillazioni dei sentimenti o delle sensazioni. È un riflesso che conosco bene quando davanti mi si para la sicumera difensiva dell’incertezza o al contrario dell’aggressività da parte dei corpi violati e in stato perenne di guerra inconsapevole. La prigione della memoria rende l’identità una rigida struttura che si stringe come una gabbia se non si provvede ad ampliare le maglie dell’immaginazione. Si può con una certa perspicacia sgattaiolare da sé ed inoltrarsi nelle fessure giocose della fantasia incontrando le creature impalpabili della natura. Tutto intorno compresi i sassi brulicano di vita, basta ascoltare quel che hanno da dire, senza l’arroganza nel pensare che la forma umana sia la più ambita. Di fatto, sono solo gli umani che affermano certe fesserie; per esempio: il mio cane non mi ha mai detto, che: “vorrei essere un umano”. È nel nostro modo di dire le cose, che sta tutto il dolore della vita, un po’ per volta il pensare con la sintassi ci ha fregato al punto da non poterne più uscire fuori, è come essere entrati in un libro di storia che non abbiamo scritto noi, ma che di fatto ci tiene inchiodati all’interno. Le rose fuori stagione campeggiano su i davanzali interni, un rosso vivo nel paesaggio in bianco e nero attraversato nella routine quotidiana. Ci si spegne un po’ per volta tra urla e maledizioni che iettatori del tempo si prodigano a lasciare traccia nei passaggi altrui. Mentre nuove scoperte ci portano nel paesaggio futuristico; è all’ordine del giorno il macello degli uomini su altri uomini, con le più bizzarre motivazioni. La maggioranza è costretta a correre per sopravvivere per cui non ristagna un pensiero contrario rispetto all’assurdità delle azioni, si permane sommersi in una sostanza stordente invisibile che avviluppa ogni pretesa di conoscenza che non sia indotta. Siamo fantascientifici nel voler dichiararci normali, come degli ospiti per caso nella brulla incoltivata semenza, mentre saltiamo come pagatori raffinati al concerto di Agnelli, riproducendo il sentimento che ha causato l’attaccamento al suono per il resto dei giorni. Un augurio per un nuovo anno è spalmato in vari sorrisi che nella ricorrenza che rintocca inesorabile ogni anno si affaccia all’inverno con un regalo caldo per il riparo quotidiano. Il peso dell’età è una sensazione gravitazionale che spinge verso il suolo in un inarcamento delle ossa che sentono maggiormente il richiamo della terra piuttosto che del cielo. Il tempo risulta sempre fuori sincrono perché le cose sembrano essere là dove non dovrebbero essere, e ci vuole sbattimento supplementare per rimettere in riga le postazioni. Un abbaiare di cani giunge smorzato dalle tende chiuse ed è solo il cane di casa che alza lievemente la testa per poi tornare nella torbiera del sonno invernale, sono piccoli movimenti che testimoniano lo stare dentro ad un discorso che si propaga all’infinito.

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