Fine partita

Ricomincia una storia nel velluto del cielo chiaro, ma freddo, per il vento che viene da nord; ruote, tacchi, risuonano allontanandosi, nel senso contrario a dove la percezione mi consente di stare. Irritato per il pianto dei fiori e dell’aria che soffocando non riesce a fondersi con chi ha sempre amato, lasciando una natura boccheggiante, senza nutrimento e sentimento; contesa dalle sensazioni umane di odio ed indifferenza per ciò che non capisce e lascia morire in vista, priva della tutela e del riserbo dovuto alla sofferenza. Questo è il selciato calpestato che impone un percorso di crudeltà nel freddo della stagione che avanza ed i doni della fantasia ancora non si vedono all’orizzonte, come scalare monti con la persuasione e scalciare la neve senza membra, in un orizzonte di sogni fluttuanti davanti ad occhi privi di palpebre. Reggo fin che posso il gioco dell’essere al riparo, anche se nessuna sicurezza è stata posta sul percorso, tutto è mutevole e repentino nel cambiamento, in questa via decentrata dove alcuni passanti si dileguano prima ancora di toccare la fattualitá dell’innesco con la realtà. Tutto intorno le cerimonie si concludono rimandando ad un altro tempo le preghiere per placare le anime perse, in quest’oggi la pietà non ha trovato casa, e vaga desolata in terra d’autunno tra i colori che gli sono propri. Le piazze si sono colorate della moltitudine che accarezzano le speranze ed abbordano la diversità con curiosità, testimoniando un pensiero che vive nelle vie ed in luoghi abitati, abiurando i prodotti nelle serre della telecomunicazione dove si costruiscono i subumani rispondenti ad i toni della violenza e della proprietà. Senza età il pensiero ha leggerezza e sostanza con potenzialità di cambiamento, le idee funzionali alla vita di tutti hanno senso di esprimersi alla luce del giorno ed è il momento in cui oggi presidiano l’avanzare delle pretese mortifere dei ricchi feudatari. La narcosi degli oggetti è terminata da quando gli scarti hanno cominciato a rubare ossigeno e l’acqua si è trasformata in pantano, consiglio di ricominciare a imparare a viaggiare leggeri con solo quel che basta, in ogni momento può essere necessario cominciare a correre. Dentro al limite sicuro che sembrava largo, ora non più, già alla pelle si erge il confine altrui, si ascolta ciò che non si vuole sentire, e non c’è modo di estraniarsi perché nel frattempo il mondo si è rimpicciolito in un umano a gomito a gomito. L’altrove è fuori dalla terra isolata, ma la metafisica si è fisicata dentro la tela dell’informazione e dell’immagine in pixel, dove navigando a vista si finisce nelle risacche del non senso. Oppure guardando lontano si scorge una scarnificazione della parte solida dei corpi per inoltrarsi nella pura informazione, lasciando il mortale nella narrazione della storia antica, il nuovo è solo azione che si propaga in un infinito. Ma oggi ancora ancorati nella lentezza viviamo misurati dalla sofferenza per l’attrito che da sempre viene contro urtando oppure accarezzando, dipende da come gestiamo la volontà di trasformare le cose in altro da sé. Aspetto il turno assopito con un poco del senso d’abbandono che ti prende quando l’autostima scema nella deriva della dimenticanza, a raso della mega sala dove sembra che tutti abbiano un posto e vanno via spediti oltre il luogo d’attesa. Gli sguardi non si toccano per via che siamo in troppi ed il senso di asfissia logora il tempo e l’aria che lo contiene, è una sensazione da fine stagione o l’inverno che anticipa le sue carte provando a spiazzare i giocatori. In ogni caso la constatazione che il paesaggio in poco tempo è sbiadito come le vecchie foto analogiche rimane il segno di una fine partita.

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