Tacchi a spillo

Tacchi a spillo, risuonano, dal fondo verso la superficie, dentro ad un canale d’asfalto, intorno grattacieli, tombini di ghisa, vapore dalle griglia interrate. Fumettistica visione nel quadro momentaneo di una leggerezza, una piuma che sfiora la lampada passando incauta tra la luce, fermo immagine, è tutto si ripiglia a scatti, ma dentro al cuore le cose sono cambiate. Scatole di tranquillanti posati incautamente nella tana del coniglio, una festa in maschera, tanti coriandoli bianchi ed uno solo rosso, scacciando il tuono della guerra, in memoria della nostra guerra civile passata, un monito per gli stolti nostalgici dei ricordi romanzati, ho ascoltato le parole di Liliana Segre e ho visto lo scorcio reale del passato dai colori foschi e di agghiacciante brutalità. Le persone comuni forse cominciano a destarsi dal letargo, e guardandosi in giro scoprono che il mondo che hanno in testa non è il mondo al di fuori del pensiero, quello che si scontra con le spranghe agitate come armi, quelle che bucano la carne con il contatto ridestando il cadavere al potere. Oggi la scossa tellurica scrolla la crosta come un pelo bagnato di un cane, facendosi udire da tutti da nord a sud in egual misura, tacchi a spillo rintoccano calzati da maschi, dal fondo alla superficie sfilando davanti alle baionette spianate, è il giorno del ringraziamento generalizzato, si brinda con acqua da the nell’intimità del rifugio, lasciando che il tuono della guerra se ne stia in disparte, per ora. La nostra illusione di vedere ciò che c’è come se veramente ci fosse qualcosa da vedere, in questo tonfo nell’oscurità ormai avvenuta agli albori della civiltà, effimere come le punte delle fiammelle che si estinguono appena prima di nascere in fumo che dirada, ed è così che si affievolisce la coscienza mentre mi addormento per svegliarmi oltre il bivio. Le stanze sono riempite per dare un senso ad i percorsi che vi si tengono, a volte arredate in armonia a volte dodecafoniche ma sempre coincidenti con gli abitatori, anche se fosse un solo mobile di cartone, perché il fondamento del sopravvivere è il legame profondo che si instaura con l’immediatamete vicino. Per le persone è forse l’unico modo per vincere lo spaesamento ed è per questo che strateghi della guerra tolgono alla gente comune ogni cosa, per vincere sulla loro volontà di essere un popolo con delle appartenenze in cui riconoscersi. È così che giocano i signori del comando per fiaccare la resistenza verso i loro stessi figli resi oggetti tra le cose. Permane il sole in questo ottobre, ritardando l’arrivo dell’inverno e con esso il presagio di una conclusione con tutti i dubbi e le pesantezze che ogni fine capitolo porta con se, distratto, forse assente, guardo nella luce, che rischiara i bordi, rendendoli accumunati, quasi minacciosi e non so che fare di questo tempo che continua a sbraitare contro tutto e tutti abdicando al buon senso. Tornano i rintocchi: tacchi a spillo calpestano veli, simboli mortiferi usati come armi, siamo nel 2022 e la scena è la stessa che si ripete, potremmo essere nel 1922, la storia è una forma a spirale retrograda che sembra un avanzare ma in realtà è un ritornare che poi è un stare fermo. Di ritorno dal muro oltre la siepe scopro che la casa che pensavo mia non c’è più, allora rimango in attesa forse di un tram, oppure di un calesse, qualsiasi mezzo che possa trasportare un sogno verso la veglia. È così che i pensieri si incasinano quando non del tutto svegli ci si attarda nel mondo delle innumerevoli possibilità formate dalla sostanze delle nuvole in questo ottobre primaverile.

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