Fragore e morte

Si va sempre da qualche parte con l’aria un po’ persa per il fragore che le cose nel muoversi fanno, il silenzio è solo un modo di dire per indicare un momento più calmo o uno stato di sopra pensiero. Alcuni incontri restano più allungo nella memoria e sono portati nelle conversazioni per riempire vuoti tra una assenza e l’altra, è così che funziona il circolo delle conoscenze per ravvivare le parole che formano il tessuto della tela che copre il sole. Funziona così in ogni luogo dove le parole hanno attecchito nella terra e poi fiorito verso il cielo divenendo frutto maturo, preposizioni che si lasciano cogliere ed assaporare per poi essere tramandate per altri nel susseguirsi del tempo. Un cantastorie segna il vento nella sera di settembre quando ancora ci si attarda nel clima del riposo dal lavoro, piazze semivuote che indugiano nella festa per andare incontro all’autunno con un sorriso estivo. Lungo i litorali s’attardano i vecchi che scartati dalla buriana performante guardano oltre il limite della possibilità in mare aperto, occupando nel percorso le panchine le quali di solito sono scomode perché pensate da gente che non le usa. Anch’io faccio parte della fauna e mi da tristezza il pescatore improvvisato che lancia la lenza nell’acqua putrida come a simbolizzare dove si getta una vita quando sta per finire, sorrido alla possibilità di sparire nelle nuvole di fine settembre un po’ chiare e un po’ nere, in questa aria di morte che tira sul mondo guidato da vecchi maschi portatori di imbecillità. Nel freddo che avanza le lezioni degli uomini tendono a somigliare ad un affresco con pochi colori dentro a linee rette che rappresentano i non luoghi del passaggio, sembra che manca la curiosità di restare sul luogo per cogliere fino in fondo tutto ciò che è rappresentato nel raggio della presenza compreso il sotto e il sopra di essa. Affondo le mani nella terra e stranamente continuo a sprofondare fino a non sentire altro che il forte odore di legna essiccata, animali in decomposizione e muffa umida che palpita di movimenti microscopici. Stringo i pugni e il sottoterra mi accoglie con slancio con i lombrichi a far da cicerone nella narrazione delle vie di sotto e delle mitologie del posto, ascolto con le unghie diventate nere l’evocazione di come la trama delle radici si è evoluta nella sofisticata via di comunicazione dalle conformazioni vive della terra. Così mi pare di capire che il sapere è distribuito in parti uguali nella scuola del bosco sotto i nostri piedi, una democrazia diretta di cui le radici sono le traiettorie del dialogo incessante della natura; basterebbe solo copiare ed il nostro sistema scolastico muterebbe in un dispositivo per connessione di carne e ossa legati da sensazioni e sentimento. Che senso ha chiudere in edifici austeri i giovani tagliando le radici di coesione le quali perché invisibili all’occhio si nega la loro esistenza! La scuola non può essere rappresentata da un edificio, ma deve essere una dislocazione di luoghi e di opportunità aperte in cui liberamente si possa accedere e questo da subito nel processo di crescita. I giovani come i vecchi hanno la responsabilità di cercarsi i propri maestri come i maestri hanno la responsabilità di essere dei buoni educatori favorendo l’elaborazione al pensare e lasciare agli istruttori le parti nozionistiche della scienza e della tecnica. Per uscire dall’incubo della guerra bisogna uscire dall’incubo dell’ oggettivazione in cui il metodo scientifico ha relegato l’umano tra gli oggetti e riportare ad un valore di totalità del vivente in cui la connessione è la realtà e va tutelata.

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