Il rosso settembre è apparso nelle pennellate tra il cielo e la terra come un presagio o una preghiera per il risuonare in lontananza delle campane, inizio o fine di qualcosa che non si delinea nella comprensione di questo paesaggio maestoso il quale durerà molto più a lungo dell’idea dell’uomo. Oggi le cose scorrono così per il verso di una corrente essiccata lasciandosi cullare nella melma che rimane sul fondo quando tutto il resto è evaporato, si giace in questo fondale come in un letto di nozze e di lutto insieme abbracciati alla propria anima aspettando la pioggia per riportarsi a galla dall’inconscio. Nella casa dai fantasmi d’orati gira voce che è in atto un subbuglio tra vivi e morti, quasi una cosa inaudita per gli abitatori del luogo, sempre ligi nelle convenzioni. Una forma di ebbra rivoluzione nello scambiarsi i ruoli ha innescato curiosità e frenesia della novità, per cui ora tra le stanze è difficile riconoscere gli uni dagli altri e le unioni miste inconsapevoli aumentano l’incertezza nella cura dei luoghi. La casa in fondo alla strada è da sempre segnata come una impermanenza nella mappa, infatti solo ad alcune particolarità di sguardo appare la consistenza del luogo, per altri è solo un soffio d’aria fredda in un pensiero scavato dalle profondità dell’inconsapevole. In questa terra di nessuno e dei molti sta la consapevolezza che tra le demarcazioni netta delle cose si anima ad incastro quella parte dell’esistenza che da sempre è mancanza e spinge l’essere alla volontà di volere. Cosa mai può essere un fantasma se non tutto ciò che non è ora, e quindi quasi l’assoluta dimensione della narrazione che facciamo di noi e degli altri, la dimensione del “fu”e del “sarà” sovrasta la presenza nell’incarnato mentre si riconosce. Quindi cosa è un fantasma se non la visione di un attimo della verità che a volte inaspettata si palesa increspando le consuetudini, una goccia del nettare della sapienza distillato in assenza del tempo. Come abitatore della casa a volte mi spingo sul limitare della sera a sostare in veranda, con una tazza di tè ed il biscotto di cereali secco impastato in modo che non si sbricioli al tocco. Con calma, sorseggiando, tocco le corde dell’aria che tra le finestre si spargono all’interno e la musica di archi e coro risuona per tutti in un momento di magica melanconia che non rattrista ma infonde il senso della creazione o per alcuni la fede. Cammino per il solito vialetto incurante del calore sprigionato dall’affaciendamento umano, conto i passi per fare in modo che siano lenti e respirando porto i piedi a sentire la terra oltre la coltre del cemento stratificato dalla rivoluzione industriale in poi. Lascio che i discorsi arrivino per inabissarsi nella corrente fatta di anidride carbonica che lascia senza fiato, ormai siamo esseri con ciminiere al posto del naso e binocoli posti al contrario al posto degli occhi. È curioso come nel sud della California gli americani facciano i turisti nelle città adiacenti al confine e come quei pochi kilometri di terra cambiano lo status delle persone, i messicani stigmatizzati nella loro terra di violenza e cartelli del narcotraffico ed gli americani buoni turisti che portano denaro e civiltà. Questa inutile stratificazione in razze e generi è funzionale all’uomo moderno sempre a caccia di uno status in cui riconoscersi in un valore che per essere tale va a scapito di un valore equivalente e inferiore. Per l’uomo moderno non è cambiato nulla rispetto al progresso della tecnica perché rimane immutato la necessità della guerra tra persone, per cui le caratteristiche cruente e di crudeltà a volte sono mascherate da eccidi accidentali ma la sostanza della civiltà basata sulla guerra rimane invariata. Il superuomo di Nietzsche è esattamente l’uomo che toglie da se stesso l’essere per la guerra e perdona alla vita la propria mortalità.