L’onda del popolo

Si ripetono in modo ossessivo le circostanze dell’incontro casuale in un giorno d’estate tra i due che poi si sono lasciti per non vedersi più. Per entrambi il ricordo di come potrebbe essere stato in un altrimenti diverso rimane come un tarlo disseminato in tutti gli altri incontri futuri. Il ritrovarsi degli eventi nelle scene che si ripetono attraverso le epoche raccontano di un essere che è sempre simile a se stesso, un cambio di vestito e il valzer continua in stanze arredate di nuovo che rincorrono il progresso in una linea temporale a senso unico. Nel giardino d’infanzia la rincorsa tra le creature del sotto terra risuona come un eco nei sogni da adulto, fieri animali dai discorsi umani che piegando la coscienza si mischiano nella disputa filosofica se dal nulla può venire qualcosa, in quanto da sempre il mito della trasformazione dei metalli in oro è una attenzione di tutte le creature. Essere altro da se o il volere ciò che non può essere mai avuto come dice Heidegger, sembra la sostanza che impasta e forma la creatura mortale che siamo, ed in questo destino credo che noi siamo in compagnia con tutti gli altri viventi. Mi sono beccato una multa passando un semaforo controllato da telecamere e mi sento violato perché so che il colore al passaggio era giallo, ma ormai l’onestà è talmente munta da tutte le istituzioni legali ed illegali che mantenere la rabbia nel recinto è sempre più complicato. Sarebbe semplice a cascata prendersela con qualcuno più debole avviando un rosario di astio e risentimento ma in fondo cosa è il popolo se non una forma o un’onda di rabbia da usare per fini quasi mai benefici. Per Gadamer: “il linguaggio è il mezzo universale in cui si attua la comprensione stessa. Il modo di attuarsi della comprensione è l’interpretazione”. Ed ancora: “la linguisticità del comprendere è il concretarsi della coscienza della determinazione storica”. Gridare a squarcia gola il dissenso non costruisce la storia ma causa casino a quelli che ti stanno vicino, che a loro volta, fanno rumore per altri vicini ed alla fine sembra solo un rave andato a male. Che in conclusione, si riduce a sole parole la realtà, è riduttivo ed in qualche modo mi sembra la solita solfa dell’uomo che vuole emanciparsi da dal proprio corpo, e soprattutto dalla morte del corpo. Ritornando ad Heidegger ed al suo autentico esserci per la morte ci richiama al sangue e carne dell’impasto da cui siamo forgiati, una carnalità che se accettata fino in fondo è la sola che ci garantisce la vita eterna. Mi perdo dentro i pensieri scritti da altri scivolando lungo le tesi per danzare in questo inizio di giornata dentro alle cose note che mi aspettano come sempre. La fluttuazione delle prestazioni del corpo sono al ribasso e non seguono il volo pindarico della favella che si spertica su per colli e vette in consonanza con la stratosfera, la quale sempre meno riesce a difendere o semplicemente ad opporsi ad altri che l’attraversano diventando momentanei abitatori del mondo, chissà quanti di questi diventano stanziali? Non credo che in molti se ne curano, perché prigionieri nel circolo dell’abitudine solo cose della dimensione di un cataclisma possono forse modificare il percorso delle consuetudini. Seguendo Musil: “Se ci si domanda spregiudicatamente come la scienza abbia assunto la sua forma attuale – un interrogativo in sé e per sé importante, poiché in definitiva la scienza ci domina e nemmeno un analfabeta può sfuggirle, dovendo imparare a convivere con un’infinità di oggetti la cui nascita è un fenomeno scientifico –, si ricava un quadro d’insieme già piuttosto diverso. Secondo tradizioni degne di fede, nel corso del sedicesimo secolo, un’epoca di intensissimo fermento spirituale, si incominciò a non cercare più di penetrare i segreti della natura, come era accaduto fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, ma ci si accontentò di indagarne la superficie in un modo che non si può definire altrimenti che superficiale. Il grande Galileo Galilei, citato sempre per primo in questo contesto, la fece finita ad esempio con il problema circa la causa intrinseca per cui la natura ha orrore degli spazi vuoti, così da costringere un corpo che cade a proseguire di spazio in spazio finché non trovi un terreno solido, e si accontentò di una constatazione molto più banale: calcolò semplicemente la velocità di caduta di quel corpo, la traiettoria percorsa, il tempo impiegato e l’accelerazione subita”. Io nella lista aggiungerei Freud che ha reso il sogno una “spiegazione” mortificando così uno dei più potenti strumenti di conoscenza, ha relegato la possibilità di viaggiare nelle crepe della realtà dura rendendo il sogno una pantomima di quello che già siamo, un vero spreco di possibilità per l’utilizzo di un mezzo incorporeo adatto a sensibilità e conoscenze ulteriori. Come sassi solchiamo l’oceano delle sensazioni annegando inevitabilmente al laccio delle continue giustificazioni e spiegazioni per le cose che vediamo ma non lasciamo che siano ciò che sono per se stesse.

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