I fatti raccontati nei luoghi di passaggio nascondono nella superficialità del discorso il senso vero del sentimento di un popolo, si sparano frasi di circostanza perché le situazioni sono fragili e frammentarie per cui non ci si cura del giudizio, così che nella leggerezza la verità affiora senza averla cercata, la verità legata al sentimento senza la retorica della logica o della spiegazione. La “battuta” per un popolo oppresso è il piolo dove ancorare la speranza in modo da trovare nell’oscurità un segno della via d’uscita dalle forme di schiavitù che ormai si chiamano beni di consumo. Un po’ per volta cerco di dirmi che le interconnessioni ci legano più di ciò che siamo abituati a credere, le forme dell’individualità di cui siamo orgogliosi di fatto si riducono a poca cosa all’interno del nostro pensare, in sostanza è una forma ideologica della descrizione che facciamo di noi stessi. In questo agosto, forse il primo in cui in questa parte del pianeta un cambiamento di stato è percepibile, è come se l’asse della consuetudine si è leggermente inclinata lasciando socchiuso l’Abisso che da sempre convive con noi, ma che di solito rimane celato in compagnia del sogno da cui a volte può farci delle incursioni. Non che la gente a smesso di fare quello che fa di solito, o “per lo più”come dice Aristotele, ma a differenza di un prima ora ci si aspetta la possibilità del peggio, ma il peggio nel senso dell’irreparabile, ciò l’annullamento dell’individuazione e con essa dell’umanità come è pensata oggi. Cosa ci aspetta in questa cavalcata verso la frontiera non lo so, ma oltre il confine si rinnoverà una nuova linea, che per lo più, porterà con sé nuove frontiere con nuove aggregazioni. Oggi la solitudine spinge su i binari della negritudine come se la pelle possa fare una differenza in questa collisione con l’inconscio del mondo, dagli sguardi smarriti di ciascuno si dilegua la differenza e resta solo una personale preghiera di ciascuno per il proprio Dio personale. Una preghiera che si dispiega con forza oltre il rombo delle macchine, nell’aria rarefatta della sera mentre sul divano attendo che qualcuno torni a raccogliere ciò che sono. Stanco, degli schiamazzi che affermano ragioni egoiste, nell’aridità del comportamento simile ad un trenino che gira in tondo. Attendo di essere raccolto come un masso per emigrare in altre regioni del pensiero dove la fenice o l’unicorno possono stare nella pace. Una spunta sul muro bianco appeso alla cascata sciabordante delle cose da fare ritrae un ricordo lasciato lì per caso quando tutte le realtà si sono dileguate nel mare delle mani prostrate a richiesta. Uomini e donne che chiedono incessantemente di essere ascoltati senza ascoltarsi, in un corto circuito di speranze mai evase ed è qui che termina la mondanità in favore del cielo della religione. Sono qui per ascoltarti e rendere le narrazioni favole da intrecciare in vistosi festoni per la festa della mamma, un brindisi speciale per donne che hanno sofferto generando una specie a perdere. Sono qui per ascoltare la storia dell’evoluzione come farmaco che assolve la belva dai suoi misfatti e da dentro il cuore sgorga lo zampillo dell’eterna giovinezza. In fondo sono qui per ascoltare e basta, perché da tempo me ne sono andato lasciando una scorza ad accarezzare i raggi del sole e a sembrare vivo mentre le rotaie girano nel verso del tempo dall’indietro all’avanti. Un pensiero sognante va a tutte le essenze che le cose sprigionano mentre se ne vanno oltre le consuetudini donando la fragranza del loro aroma.