Nuovi ostaggi nel fondo della caverna platonica scrutano le parati ormai quasi scure per i pochi bagliori riflettenti, il sole alle spalle ha lascito l’uomo al proprio destino, potendo scegliere altri universi. Nell’oscurità non servono più le catene a mantenere le posizioni, ma sono gli uomini stessi a grattare con infinita cupidigia il logos dalla pietra nuda. Un risveglio sudato, con le mani indolenzite, come se graffiare l’aria sia costata tutta la forza possibile, e non che il soffitto appaia come una caverna in quel tratto di strada tra sonno e veglia, d’altro canto se la distruzione è così vicina rimarrà ben poco delle banalità a cui ci siamo abituati, compresa la luce del sole minata dallo spreco abnorme di energia che stiamo alimentando a furia di idiozie ideologiche. Se apro la botola scendo dal letto in direzione sotterranea dove la terra scavata in anni di sogni incompiuti hanno custodito il luogo a me caro in cui cambiare le regole mi risulta più semplice che elencare parole. Nel cubicolo si può stare seduti sentendo ad entrambi i lati il limite del contenimento sfiorando con ginocchia e gomiti l’umidità del terreno, ma oltre questo in direzione contraria si apre l’opera del non senso sotto il segno della speranza che si fa forma nell’arte e suono nella poesia. Nel sottosuolo l’Incanto é un personaggio dalla mole imponente con un tabarro logoro che sfrutta la capienza per rapire i sogni delle muse, le quali vestono i panni delle persone deluse e cantano di ciò che poteva essere e non è stato. Questi sono solo alcuni personaggi che girando da sotto il mondo si può incontrare, di fatto sono buoni a meno che non si voglia che siano cattivi, ma io preferisco la versione che accoglie il girovagare senza spaventi eccessivi. L’Incanto si nutre del canto, in quanto ne è privo essendo senza bocca per cui gli manca la possibilità di esprimersi, ma in cuor suo è un grande chiacchierone e se chiudi gli occhi senti il suo brusio nelle orecchie come il mare nelle conchiglie. In questo luogo dove il passato non è mai andato perché il futuro è sempre presente, ogni cosa sta per ciò che è in eterno in quanto il nulla si dilegua dalla città delle donne. Un tremore a lato della visione mi richiama in superficie riprendendo il ciclo della timorositá, con lo scorrere delle lancette di un immaginario orologio sospeso tra cielo e terra. Mi piacerebbe indicare una nuova direzione alle domande inevase giacenti nella polvere, al di sotto dello scranno in cui mi trovo ad operare la funzione indicativa. Ma rimango muto mentre tutto intorno muta senza in effetti avere una incidenza sul cambiamento, quale che sia alla fine la sostanza di cui nemmeno Aristotele è riuscito a definire, ma noi suoi figli continuiamo a volere ciò che non può essere presente quando pensiamo di averlo. In fondo l’uomo o donna come padroni del mondo è una favola raccontata per giustificare la messa al bando degli altri come “cose”; infatti il pensiero è pensato principalmente come visione di ciò che ci sta davanti: “in parte riducendo le possibilità degli altri sensi in modo da rendere ciò che ci sta intorno metafora dello sguardo”. Per cui risulta che ciò che non è visto semplicemente non esiste. Allora io mi chiedo di quanto grande sia la portata del non visto? E quanto questo invisibile è determinante nelle cose volute dagli uomini? Se ipotizzassimo che il non visto sovrasta e si determina in parallelo a noi, ne risulta che siamo solo pedine in un mondo che domina e le cui spiegazioni non sono nelle nostre facoltà del pensiero e nella comprensione del nostro giudizio.