L’assemblea

È strano come si reagisce all’interno di una palla la ‘Terra” lanciata a folle velocità nello spazio mentre al suo interno sta per scoppiare un incendio che arderà la carne come salsicciotti allo spiedo. Si fanno assemblee o riunioni su ogni cosa girando in tondo alle parole fino a spolparle di ogni possibile senso, mettendoci il più sentimento possibile nell’accorato tentativo di acclarare la tesi sposata con l’identità assunta in anni di convenevoli. La paura dell’ annientamento ci rende ciechi quindi è forse meglio attivarsi per litigare sul niente o il meno peggio in modo da non scostarsi dalla proprie consuetudini, noi del vecchio continente pigri per le grandi gesta in maggioranza ormai non siamo altro che spettatori di eventi, senza realmente realizzarne uno, anzi snobbiamo chi ogni tanto fa capolino dalle masse e riporta nelle strade la storia reale. Sono vecchio e mi tocca lavorare con i giovani che come bozzoli tenuti troppo al chiuso faticano a trovare una forma, il dolore diventa rabbia e spesso la medicina è l’oppio che da sempre si presta al rimedio. Torno alla mia assemblea che mi riguarda ancora per qualche tempo, ma non riesco a trovare delle parole che possano spiegare che forse è meglio tacere, la fatica del lavorare ormai è un peso ed i valori su cui ho sudato sbiaditi dalla cortina delle generazioni, scivolare con una tavola da surf sopra lo scibile umano come a conoscerlo è la prassi, ed ha sostituito le profondità un po’ più lente. Il mio disorientamento è il non stare dietro a questo modo dialogante e sempre più mi perdo in un autismo cronico. Poter dire ancora la mia senza che mi venga fatta offesa, perché la mia non è una verità ma una tavolozza da pittore in cui i colori sono mischiati e rimischiati senza tregua, e se da una parte c’è l’ordine degli apparati che vanno preservati perché da questi dipende il tenore della vita delle famiglie, dall’altra le persone possono essere esseri meravigliosi se abbandonano la velleità del possesso ma d’altronde è in questo che il mortale si distingue dagli esseri eterni. Sempre tornando alla mia assemblea annuale ed al modo in cui da anni reagisco facendomi prendere da un magone silente che poi per alcuni giorni mi porto dietro come un malessere generalizzato, penso che alla fine il patrimonio più prezioso sono i lavoratori e l’unica programmazione possibile è averne cura in senso Heideggeriano cioè nella presenza nella radura in cui si è gettati ritrovandosi in cooperazione per sostenere l’ignoto che mano a mano si mostra nella luce. Avere cura significa cedere verso l’altro per poi cedere reciprocamente gli attaccamenti superflui delle molteplici visioni del mondo. Nell’apparato non servono confabulazioni settoriali ma opportunità di ridurre le organizzazioni verticali in favore dell’orizzontalità della linea informativa che si traduce in formazione continua sul campo. La politica ha bisogno di essere intesa nel senso ampio della regolazione delle relazioni e delle strutturazioni architettoniche funzionali al miglior benessere delle persone, non può essere solo un discorso di una delle tante ideologizzazioni sul mercato della piazza partitica che poi al lato pratico per le cooperazioni diventano ostacolo divisivo tra colleghi. Il servizio è un atto professionalizzante in cui il sapere pedagogico deve essere speso nella migliore condizione possibile per cui la politica è trovare le condizioni per attuare queste migliori condizioni possibili con le conoscenze ad oggi presenti.

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