Ritornando a casa le serate di maggio sono ancora chiare con sfumature di rosa ed il mio tragitto sempre uguale cambia di volta in volta nel colore delle sensazioni, un tornare che ha il significato di andare verso una radura sicura in cui racchiudere il senso delle cose udite. Piccoli passi rintoccano da dietro nel presagio di un incontro o una conversazione per sancire la presenza in uno scorrere che non lascia segni o individualità, io che girando di lato sposto il mondo nella forma del verso che miro per farne una mia particolare versione che nell’attimo che appare svanisce nella mia incredulità. Sparando cazzate a volte mi ritrovo a riflettere su qualcosa che sta fermo e resiste alle intemperie, una idea che si fa cosa per emergere dalla radura ed entrare nel cono di luce dell’essere, ma una volta che la cosa diventa cosa mi da fastidio perché occupa spazio e vorrei che non fosse mai emersa. Tirandomi matto continuo il percorso se mai ce ne fosse uno per dissolvere le cose, ricacciarle nell’inapparenza fuori dal cono e forse fuori dai coglioni. Seguendo la linea del non senso provo a trovare lo spazio libero, quella libertà di scelta che sembra del tutto assente nel pensiero d’Occidente, più l’idea di libertà è sbandierata più diventa il luogo della tirannide.