Si può entrare nelle casa altrui senza fare troppo rumore per appropriarsi del profumo di vita che incrosta cose e pareti che lasciano scivolare nel crepuscolo delle persiane socchiuse l’eco dei sentimenti. Una incursione nell’intimità altrui per saggiare senza essere coinvolti le gesta di un immaginario quotidiano che si srotola verso un proprio compimento. Camminare in questo mondo come fantasmi ormai refrattari alla vita perché spaventati dalla sua crudeltà, la ricerca del dolore che si trasforma in male sembra l’imperativo dominante. Passo dopo passo verso un qualsiasi dove, nella baia isolata dai pensieri un po’ sconnessi dalla nebbiosità umida del porticciolo abbandonato. Mi ritrovo in questa oscurità d’acqua come un viandante del non senso, attirato nella rete dalle sirene cantanti mentre intorno il mondo va verso il lutto. Racconto me stesso, se così mi posso chiamare, non sempre l’unità mi corrisponde, ma le frammentazioni a giro si dissociano evocando altre connessioni con distretti distanti difficili da conciliare. Guardo oltre il confine delle onde e vedo barconi che avanzano, maree umane che montando il mare cambiano la terra, frammenti dal deserto ricostruiscono nuove visioni per chi da sempre rimane immobile, attraversato dai cambiamenti mi ritrovo chino a specchiarmi nella prima pioggia del mattino.